domenica 28 febbraio 2010

Sanscrito

ALEX (girellando davanti alla cattedra) Bene, ragazzi, qui finisce il corso da sei crediti. Se aveste qualche dubbio, potete guardarvi la grammatica; se è troppo schematico, date pure un'occhiata agli appunti di Giulio e di F.
IO (con imbarazzo) Ehm, a dirla tutta, sul sandhi ho fatto un po' di pasticci e non garantisco.
ALEX Va bene comunque; ho notato con la coda dell'occhio che lei ha un ordine maniacale.

[...oh.]

venerdì 26 febbraio 2010

Reindirizzamento

La crescita è un processo, io credo, tristemente inevitabile. Uno vive, non ci fa neanche tanto caso, e si ritrova cresciuto. Può opporsi al flusso, e con successo, se è determinato e se vede con chiarezza chi è e cosa vuole – o meglio: non vuole, ma se fa tanto di non pensarci per un secondo, ecco che il processo è già ripartito. Dovunque tu ti voglia fermare, devi puntare i piedi, o la vita ti strapperà via come una bambina ansiosa di farsi una collana di margherite.

Prendiamo però il caso di una persona che per età, per talenti e per mezzi avrebbe tutto quello che in coscienza sa desiderare. Gli mancherebbe il godersi tutto questo – se non che, per goderselo, deve crescere. Non è ancora maturo, gli manca qualcosa; e sebbene sappia esattamente quali cose gli manchino per raggiungere la maturità (umiltà, serenità, moderazione, accettazione, riflessività), non ha la più pallida idea di come ottenerle; il tempo passa, e questi rimangono nomi vuoti di qualità che vorrebbe avere, e non ha.

Ne segue una domanda. Molte volte nella vita abbiamo la grazia di capire cosa ci manca e cosa abbiamo; ma, se possiamo impedirci di acquisire la maturità, possiamo allo stesso modo accelerare il processo di crescita e procurarci prima la maturità che ci manca?

Cos'è in fondo il motore della crescita? Gli avvenimenti e le persone. Esistono persone che potrebbero farci crescere più in fretta, se le frequentassimo? Esistono luoghi o attività, che di solito non incrociamo, e che potremmo incrociare per venire a contatto con qualcosa di nuovo – e di conseguenza, favorire la crescita? Perché senza di lei non abbiamo niente, ed ogni nostra felicità è una vigliacca con la benda sugli occhi.

Ma fino a che punto si può progettare la crescita di un individuo? E fino a che punto siamo responsabili di quello che ci fa la vita?

mercoledì 24 febbraio 2010

Ante retroque

C'è qualcosa di inquietante, nel rapportarsi con dei ragazzini di diciassette, diciotto anni. Per poco che uno sbircia nel loro mondo, si rende conto che per loro, tutto è ancora possibile. E' possibile occupare, praticare due strumenti, tenere tre blog, recitare da dilettanti e in una scuola, seguire interminabili maratone di Chaplin e Keaton, barcamenarsi tra chitarra e solfeggio, sfruttare il ventilatore per girare le pagine dello spartito di pianoforte, imparare il rumeno, spararsi un weekend a Londra, fare parkour, progettare di salvare il mondo mediante manini coi computer di mezza città, dormire due ore per notte e non sentirle, lanciarsi in esplorazioni mentali dominati da una logica ferrea e sganciata dalla realtà quanto lo sono io dal bungee-jumping, essere in confidenza con trecento persone e farsi due risate con mille altre, prendersi cotte in cui non si crede e dimenticare tutto quello che si vuole, in una specie di repubblica del nulla.

Poi uno si chiede perchè ci si sente inadeguati, a volte. Perché non si può non sentire che ti guardano con stupore, chiedendosi perché fai solo tre cose, perché non ridi, perché non vivi nel disprezzo di ogni sosta, perché non parli. Vivi, ti sibilano irritati.

Ma come fai a spiegargli che è un attimo – un soffio – e poi duemila nuvole nere ti si addensano sugli occhi? Come fai a dirgli che fare le cose bene diventa sempre più difficile e complicato, che per capire chi si è bisogna scegliere, che scegliere vuol dire morire un po' ogni volta? Come se io non avessi voluto fare l'attore – il cantante – il paleontologo – l'astronomo – il fisico – il biologo marino, e a quest'ora ero in Alaska a guardare le megattere, non qui.

Dovevo sembrare loro un tronco umano, che si è amputato braccia e gambe, e annaspa scivolando sul suo sangue. Eppure io ero dall'altra parte di qualcosa, e là dove ero – dove loro non erano – vedevo che il mio annaspare

era più necessità

che pigrizia.

martedì 23 febbraio 2010

Penombre

La mia ripetenda – un paio d'occhi ricurvi e due guance di spazio rossiccio – ha sollevato la testa dalle rovinose, sudatissime venti righe di versione, come a chiedermi dove stava il destino. Io le ho risposto con benevolo sollievo che erano le sei, e le ho chiesto, come di consueto, il permesso di recarmi in bagno, mentre lei – come d'accordo – avrebbe passato un buon cinque minuti a maledire le incomprensibili abitudini mondane di Cesare, come uno che stia a guardare con avidità il precipizio dove è riuscito a non cadere aggrappandosi al bordo.

Sono entrato nel bagno. Era una sera d'inverno, di quelle che fanno finta di essere notte, e neanche tanto male. Mattonelle rosse, lucide, e un muro bianco fino al soffitto, chiudevano un ambiente piccolo e raccolto. L'unica luce veniva dallo specchio, e disegnava ombre dove non poteva arrivare, accecando il lavandino. Mi sono seduto nella penombra e ho chiuso gli occhi. Non sentivo alcun rumore, se non un calore nei tubi, dentro il muro, e il ticchettìo di un lontano orologio. Oh, la penombra. La luce piena mi accuserebbe – e non so ormai nemmeno di cosa – ma nell'ombra nessuno potrebbe sentirmi.

Ho aperto l'armadietto sopra il lavandino. Su entrambe le ante, all'interno, c'era uno specchio. Ecco che si è spalancato un universo. L'accappatoio rosso sangue si è fatto in tre ed ha coperto una parete di spazio. L'ombra si è ispessita, ma è finita trafitta da mille piume luminose – e la luce ha giocato al rimbalzo con sé stessa in tre specchi. Sono fuggito dal sole che si accendeva, verso quella regione di penombra, dove nasceva l'universo.

lunedì 22 febbraio 2010

Una novità

Un giorno, uscendo da casa mia, m'è parso di vedere, fuori dal cancello, che la strada non c'era più. Qualcuno era passato nella notte ed aveva raso al suolo il viale d'ingresso e le case del vicinato, riducendole ad una poltiglia di calce e sangue. C'era nell'aria una nebbia di pietra – e all'orizzonte, mi pareva di vedere torri spezzate in due, e il dolore che usciva dalle loro bocche in rosse colonne di fumo. Non avranno distrutto anche la mia, ho pensato d'impulso. Non avranno osato. Mi sono messo a correre per la piana deserta e giallastra, tra una rovina ed uno scheletro, nel grande piatto della morte, fin verso le torri; e una delle torri aperte in due era proprio la mia. Intorno a me, gente ferita piangeva in faccia a sé stessa e si chiedeva perché. E mi guardavano come se si aspettassero che li raggiungessi, a sporcarmi della loro polvere sanguigna. Ma io ho guardato la cima distrutta della mia torre, e le mie gambe sono rimaste dritte come pali.

Avevo sperato il cielo, e avevo innalzato quella macchina morta. L'argano all'interno della torre doveva proiettarmi più in alto delle nuvole – e ora me l'avevano distrutto. Dovevo avere gli occhi percorsi da piccole nervature rossiccie, quando li ho alzati sull'altro me che era trafitto dai pali rotti in cima alle rovine. Che razza di spettacolo, vedere tutta quella minuscola gente, che formicolava sulle mie rovine, rideva, danzava e godeva e si mordeva per lo sfacelo. Ho sopportato finché ho potuto; poi sono corso ruggendo verso le rovine e ho cominciato a scalarle. Erano tutti ragazzini, quelli che avevano distrutto la mia torre, tutti ragazzini che mi guardavano e ridevano – alcuni li conoscevo anche – così piccoli, erano. Con uno strumento musicale, o un libro, o un pennello, saltellavano. Non ci ho visto più. Ho afferrato un pezzo di legno spaccato a metà e l'ho immerso nel fianco di una piccola musicista accanto a me. C'era del fuoco, qui e lì – l'ho preso, ed ho incendiato quelle piccole bambole. Che bello vedere il pianoforte andarsi a fracassare su una pila di sangue. Ho trafitto e bruciato, e con i loro cadaveri sono salito e salito e salito, più in su della mia torre tradita, fino alle nubi senza fine

e lì ho colto la novità.

Ero vivo.

sabato 20 febbraio 2010

Presenze

Le persone amate godono di eterna presenza; ci accompagnano lungo la strada, anche quando non ci sono. La loro assenza non fa che riproporcele più subdolamente – come quando si crede d'esser soli, e dietro di noi, nel nulla, brilla un sorriso aguzzo.

Camminiamo per la strada, e una di loro ci prende in giro per la goffaggine con cui portiamo i volantini, o protesta perché acceleriamo troppo il passo. Davanti ad una pasticceria, ci chiediamo se una di quelle presenza gradirebbe quel dolce, e ci ricordiamo di quando offrimmo ad un'altra presenza un altro dolce – una presenza mite, con cui non combattemmo. Attraversiamo una piazza senza neve; quando la neve c'era, l'abbiamo attraversata a braccetto con un maglione arancione che a quest'ora sarà probabilmente davanti alla finestra di casa sua, spersa in campagna. E non possiamo fare a meno di pensare di come si svegliasse così presto, la mattina, per truccarsi prima di andare al liceo. Quella boccia di vetro nella vetrina di un negozio – non ci è stata regalata da un soffio di vita, energico come un ceffone, e caldo come la lacrima che scende a velarlo? Il libro esposto in piazza è esattamente il regalo che non faremmo alla persona che sappiamo – e sappiamo benissimo perché. Ogni angolo di strada è un errore che abbiamo commesso, ogni portico un nodo che si è sciolto in luce. Vien da chiedersi dove siano ora, che fanno – vien da pensare a loro, come a dirgli che il nostro esserci è sempre vivo tra noi e loro, come l'uragano che incatena la terra ad un estremo e il cielo all'altro, frustrato dalla distanza.

E in quella casa, davanti ad una parete di libri di carta, sommersi da titoli e da una colonnina di luce, mentre una pentola sfrigola e un fratello se ne sta al piano di sopra, mentre cerchiamo di capire da quali vite provenga quel muro di frasi, e chi l'ha messo insieme – allora pensiamo a chi c'era in quella casa prima delle persone amate; e non ci brulica dentro il calore di un debito? Un tempo, la persona amata era in un ventre; ne è uscita, è stata fasciata, imboccata, tenuta per le mani mentre metteva un piede davanti all'altro. A queste persone, che l'hanno fatta, che l'hanno tirata su, che anche senza volere ce l'hanno messa nel mondo, e così facendo ce l'hanno reso così cortese e gradito – a queste persone non dovremo per sempre, senza dirlo a nessuno, un piccolo pezzo di noi?

venerdì 19 febbraio 2010

In grassetto ci sono le correzioni dell'insegnante.

Mein Tagesablauf.

Heute Morgen bin ich um 9:00 Uhr sehr gelassen aufgestanden, dann habe ich zum Frühstück Milch mit Müsli gegessen, danach habe ich bis 11:00 Uhr gelernt und Musik gehört und einige Cartoons gesehen. Jene Cartoons habe ich während meiner Kindheit gesehen, aber meine Phantasie wird leider niemals erwachsen. Dann habe ich mein Mittagessen genossen. Wir haben danach bemerkt, dass der Abwässerkanal unseres Kellers wegen eines Ausfalls explodiert war, daher haben mein Vater und ich am Nachmittag den Keller entleeren und aufwischen müssen. Meine Mutter war sehr traurig, aber wir waren misslungen. Ich habe eine junge Schülerin, und ich lehre sie Latein: sie hat herkommen müssen, weil ich mich nicht entfernen durfte. Dann bin ich schwimmen gegangen, und ich habe mit meinen Eltern gegessen, dann habe ich diesen Tagesablauf geschrieben, und nun gehe ich mit einem Buch von Conrad, Der Aberwitz Almayers, schlafen.

[lo so, che non è niente di che. Ma cominciare ad esprimersi in questa lingua che ogni giorno che passa trovo più bella – pur con tutte le goffaggini del dizionario – mi esalta]

giovedì 18 febbraio 2010

Numeri

a Times Square.

BARBI (d'improvviso, nel silenzio) ...ODDIO! Vi prego, entriamo in quel negozio di giocattoli! C'E' UNA COSA CHE GIRA!

[era una ruota panoramica per bimbi]

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––

fuori dal cancello di una chiesa.

BARBI Uffa. Non riesco a fotografare per bene la chiesa e il cimitero, da così... (sale sul muretto e si appoggia al cancello) Perché sono bassa lo stesso?!?...

[destino]

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––

in un negozio sdozzissimo sulla 53esima vendono 5 magliette con sopra I love NY per dieci dollari.

BARBI Sorry... Can I have one T-shirt for two dollars?
COMMESSO No, one T-shirt is three dollars.
BARBI Three?
COMMESSO Yeah, uh – we always do. Three dollars.
BARBI (perplessa) Ah. Because I thought that... ten for five... so, one for two...
COMMESSO (severo) Why did ya say "two dollars"?
BARBI ...Because I want to pay less...

[New York, New York]

mercoledì 17 febbraio 2010

Per sé

Un numero insospettabile di gente scrive. E' una cosa a cui non credevo, finché non sono uscito a guardarmi un po' intorno. Se uno va un po' all'interno della vita di certe persone, ascolta qualche loro esibizione, o frequenta corsi di scrittura aperti a italiani e immigrati e scambia con senegalesi, rumeni, italiani o didovechesiano i propri perché su quello che facciamo, si rende conto che moltissime persone scrivono, e anche tanto.

Ma un numero incredibile di questi insospettabili scrive per sé stessi. Osservo questi spiriti ed il loro appagamento di fondo, mentre aprono il foglio di carta sulle loro angosce e mettono il tappo alla penna un'ora dopo, sereni – lo osservo come una medaglia, da un lato il fascino e dall'altro il puro terrore. Qualcuno, una volta, mi ha contestato alcune questioni che avevo pubblicato sul Monte, dicendo che una cosa scritta per me, come io dicevo, sarebbe naturalmente rimasta su un documento word nella mia scrivania: non certo sotto gli occhi di tutta la rete. Dunque quel per me era in realtà per qualcun altro.

Il fatto è che trovo raccapricciante l'idea di tenere qualcosa che ho scritto solo per i miei occhi. Se non scrivessi, non sarei; e nel momento in cui scrivo, devo far leggere; cioè, io sono quello che si legge di me. Se non voglio far sapere una mia cosa, non devo scriverla – sennò avvertirei subito dopo la compulsione a farla leggere a qualcuno. Per me e per gli altri si confondono – sono in fondo la stessa cosa. Ripenso all'asilo, e alle prime frasi che scrivevo come didascalie dei miei disegni; mentre scrivevo "La casa nuova è della Pimpa", mi frullava in testa il pensiero che le maestre sarebbero state contente nel leggerlo, e il fatto che ciò sarebbe avvenuto era parte integrante del mio divertimento.

Ognuno di questi minimi atti comunicativi Bits of Ivory, two inches wide, on which I work with so fine a Brush, as produces little Effect after long Labour – ognuna di queste pitture su bianco, dove incastro le subordinate, accosto le coordinate, sfumo a mio piacimento le connessioni sintattiche e temporali, bado che due vocali non s'incrocino, faccio cozzare le consonanti in un incendio di possibilità diverse – ognuna di queste pagine, che stanno dritte come pali, come la tecnica che le sorregge, sporche di sangue e di gioia

tutto questo, non può restare inosservato.

lunedì 15 febbraio 2010

E ora che ho finito

se avete un parere da esprimere, è ben accetto.

sabato 13 febbraio 2010

Il fulmine (40)

OTTAVIA E' inutile che ti agiti!... Guardati! Stai morendo!!
AGRIPPINA (fuori di sé dal dolore) Aaah! Basta! Bastaa!
OTTAVIA Guarda cos'hai fatto, puttana!! Hai devastato la tua capitale – vedi? E io sono ancora viva! (ride istericamente)
AGRIPPINA (nel panico) Noo, maledetta – lasciami! Lasciami!! Non voglio morire, non io – NON IO – non voglio, non voglio, non devo!!
OTTAVIA (esaltazione) Si! SI! Vieni da me, fulmine – se sei il mio destino, portami via!! Ora sarò bambina – bambina, per sempre!
AGRIPPINA (nel delirio) Aaaah! Muoio! MUOIO!

vanno in fiamme entrambe, come torce umane.

OTTAVIA (debole, ancorché in furia) La tua bambina, fulmine!! La – tua – bambina –

cadono a terra morte, sempre in fiamme. Roma sprofonda in un'unica immensa voragine di fuoco, e le due donne con lei.


FINE DEL MELODRAMMA ISTERICO.

venerdì 12 febbraio 2010

Il fulmine (39)

AGRIPPINA (molla la presa un poco, emana scintille e fuma, torta dal dolore la faccia) Miseria – fa male – fa fottutamente
OTTAVIA (nella furia) Sei resistente, non c'è che dire!! E questo lo senti, puttana?!? (le afferra il polso) I fulmini, Agrippina – i nostri, almeno – possono essere molto più lenti di come pensavi, sai? Possono essere scariche elettriche lentissime, quando ti si abbattono addosso, ti strappano le pareti del cuore, ti fanno esplodere il sangue, ti sfaldano i visceri!!...

attraverso il contatto della mano, Ottavia comincia a far passare attraverso il corpo di Agrippina un lento e tremendo flusso elettrico. Agrippina soffre come un animale.

AGRIPPINA Mollami – mollami – MOLLAMI! Fa male!! Ti ammazzo!! Ti ammazzo!!

per la furia di Agrippina, milioni di fulmini cadono su Ottavia, riducendola ad una specie di meteora – ma Ottavia sopporta il tremendo dolore. Altri fulmini cadono sulla scena, su tutta Roma, facendola letteralmente a pezzi e aprendo enormi voragini dove le rovine degli edifici, avvolte dalle fiamme, sprofondano una dopo l'altra.

[continua]

giovedì 11 febbraio 2010

Il fulmine (38)

OTTAVIA (pestando i piedi) Perché, perché, perché. Che stupida, stupidissima domanda. Sono piccola, lo dici anche tu – e allora rimarrò piccola. Mi piace. Mi va di restarci. Se quello che sono è essere matti, allora farò la matta finché potrò.
AGRIPPINA (incisiva) Ma tu non puoi più, tesoro. Ben altre sono le tue possibilità, ora come ora. Potresti governare l'Impero – potresti conoscere le persone più interessanti del tuo tempo – scoprire le leggi nascoste della creazione – potresti colonizzare un mondo – o distruggerne un altro. Queste sono le cose che uno può fare quando cresce – e tanto più puoi farle tu, benedetta dal fulmine. Potresti avere un uomo – o più uomini, quanti ne vuoi – potresti –
OTTAVIA (esasperata) Potrei, potrei! Non voglio, non – mi – interessa. Ma non capisci, maledetta – non capisci che volevo solo essere una bambina?!?
AGRIPPINA (decisa) Ripeto: non puoi. Non è sano, è grottesco. Tu ora crescerai – io ti farò crescere, ti costringerò a crescere. Dammi quella bambola.
OTTAVIA No.
AGRIPPINA (scende dal trono) Dammela. Non te la butto mica. Te la metto solo via.
OTTAVIA No.

scesa dal trono, Agrippina tenta di strappare dall'abbraccio di Ottavia la bambola.

AGRIPPINA Dammela – ho – detto!
OTTAVIA (esplodendo) NOO!

un fulmine colpisce Agrippina. Non la uccide, ma la lascia in preda ad un dolore terrificante, come se fosse stata ustionata in tutto il corpo.

[continua]

mercoledì 10 febbraio 2010

Il fulmine (37)

Ottavia si scapicolla verso un baule, lo apre, lo setaccia finché non ne tira fuori una bambola.

OTTAVIA Oh! Sei qui! (stringe forte a sé la bambola)
AGRIPPINA (allibita) E' – è quella lì, Sabina?
OTTAVIA (estatica) Si. E' lei! La mia unica vera amica. Quella che non ride se piango – non urla mai – e i suoi occhi tondi, il suo sorriso di stoppa –
AGRIPPINA Che tristezza.
OTTAVIA Oh, Sabina – Sabina mia – rischiavo di perderti!
AGRIPPINA Quegli occhi finti – è finta...
OTTAVIA E' la mia unica vera amica.
AGRIPPINA Uhm! Tutto questo dovrebbe farmi pietà.

pausa. Ottavia non sembra notare la perplessità di Agrippina.

E invece mi fa schifo.
OTTAVIA Cosa?
AGRIPPINA (con ira) E' ridicolo, Ottavia! Hai quasi sedici anni!! E' l'età in cui diventiamo donne. Non è più tempo di vivere con pezza e stoppa. La Locusta cominciava ad amarti, no? – e amare è un lusso che ora tu puoi permetterti. Perché allora non ti sei concessa di amarlo a tua volta? Hai giocato per ore con altri bambini – e l'unica tua confidente è una – una cosa. Insomma, perché non sei cresciuta come tutte noi?

[continua]

martedì 9 febbraio 2010

Il fulmine (36)

OTTAVIA (incerta) Quel che dicevi dell'ala ovest –
AGRIPPINA Si?
OTTAVIA (inghiotte) L'hai – l'hai fatta davvero... svuotare tutta?
AGRIPPINA Si.
OTTAVIA E dove – ?
AGRIPPINA (pensando) In campagna, dalle parti di Terracina. Starà tutto lì finché non avrò ricostruito Roma come si deve.
OTTAVIA Oh, maledizione – Sabina!!
AGRIPPINA Sabina?
OTTAVIA Si!...
AGRIPPINA (rimugina) La tua amica? Si, mi ricordo di lei! La tua nutrice, Severa – che il Tartaro se la tenga tra le mascelle per l'eternità – me la menava giorno e notte con 'sta Sabina. Non voleva che tu la frequentassi, mi pare di aver capito. Ma a me frega poco. Se mi dici di chi è figlia, la ritrovo subito... cos'era, una delle bambine con cui giocavi nell'ala ovest? Mi pare fossero tutti figli o figlie di funzionari...
OTTAVIA Hai fatto portare tutto a Terracina?
AGRIPPINA Tutti gli inquilini, si.
OTTAVIA Oh – oh – gli inquilini! ma che me ne importa – gli oggetti, dove sono?
AGRIPPINA Non stiamo parlando di Sabina?
OTTAVIA Appunto! Dove – sono – gli – oggetti?
AGRIPPINA Qui. I bauli sono dove li vedi, ammassati in quell'ang –
OTTAVIA (agitatissima) Sabina!

[continua]

lunedì 8 febbraio 2010

Il fulmine (35)

SENECA (offeso) Voglio solo dire che cose come l'avidità, il desiderio di potere, il –
AGRIPPINA (presa) Non è solo questo. Lo sai bene. Anzi, no – quello che sto per dirti non lo puoi sapere. Da un po' di notti io non dormo bene, Seneca. Mi scuote qualcosa che somiglia ad un incubo. Sento migliaia di piccole voci, come filari di vite – che sorridono e sospirano, come sciami di api, e brulicano nel favo del mondo. Me ne vengono da Oriente – ma anche da Occidente, da regioni che nessuno di noi ha mai conosciuto. Se là fuori c'è qualcosa, io devo saperlo.
SENECA (cupo) Non avete bisogno di spiegare, se comandate. Così volete, e così sarà. (pausa) Non ho altro da dire: chiedo il permesso di ritirarmi, Augusta.
AGRIPPINA Vai pure, Seneca.

Seneca va.

Uh!... che fatica. Mi ci vuole davvero un bel bagno. (sospiro. Poi si rivolge ad Ottavia) Tu, immagino, niente da aggiungere – o da commentare.
OTTAVIA Immagini bene. Però –
AGRIPPINA Cosa?

[continua]

domenica 7 febbraio 2010

Il fulmine (34)

AGRIPPINA (decisa) Se le costruiamo per bene, senza remi, con scafi come si deve e stive vaste, non riterrei troppo azzardato inviare delle missioni esplorative. Ci sono isole, in mezzo all'Oceano – i Cartaginesi lo sanno benissimo. Si potrebbe fare scalo lì. Insomma, è possibile.
SENECA Ma a che scopo?
AGRIPPINA (sognante) Se troviamo una nuova terra, le possibilità economiche sono enormi; se semplicemente arriviamo in Cina, potremo far commerci con loro direttamente, senza Persiani e Indiani in mezzo alle palle.
SENECA (non ci arriva) Ma noi già commerciamo con la Cina – possediamo l'Egitto e la Siria, che sono lì apposta.
AGRIPPINA (secca) D'accordo, è sufficiente – è abbastanza. Ci si può accontentare di quello che riusciamo ad ottenere da loro, lo ammetto. Ma è risicato, è costoso, è complesso – e soprattutto sbilancia il nostro Impero, dando all'Oriente un potere che non si merita. Per anni e anni Gallia, Spagna e Britannia sono state il buco frigido dell'Impero – sottopopolate, ignorate e povere. Voglio che loro abbiano in mano i nostri commerci con il mondo, e non le province d'Oriente, che oltre a buttarci addosso il sangue dei Persiani un giorno sì e l'altro pure, sono piene di inutili Greci.
SENECA (confuso) Non so. A me verrebbe da dire che fare commerci è peccato.
AGRIPPINA (sarcastica) Adoro gli stoici. Sono convinti di poter mettere il cervello di un singolo uomo in ottanta milioni di crani.

[continua]

sabato 6 febbraio 2010

Il fulmine (33)

SENECA (allibito) Non avevo mai visto il mondo... così.
AGRIPPINA (fiera) Certo, perché noi le cartine le sappiamo fare solo dei campi di battaglia. E il povero Augusto era convinto che dal Reno alla Cina ci volessero due mesi di marcia in linea retta!... Ma la mia mente vede le terre come sono. Così ho fatto disegnare questa carta. Dimmi: cosa c'è qui?

indica il bordo sinistro della cartina, oltre il Portogallo.

SENECA Lì? Niente.
AGRIPPINA Niente?
SENECA Oltre la Lusitania? Bè, niente. Cioè, si, l'Oceano.
AGRIPPINA E oltre l'Oceano?
SENECA (rimugina) Una volta ho letto, mi pare in un libro greco, che per equilibrare il vuoto di terre nell'Oceano Indiano, dovrebbe esserci – dalla parte opposta della Terra, e quindi della cartina – un continente. Ma non vedo la logica di tutto questo.
AGRIPPINA Intanto, tu sei d'accordo con me che la Terra sia rotonda?
SENECA Così dicono Pitagora, Aristotele ed Eratostene, ed io concordo con loro.
AGRIPPINA Se è rotonda, una nave che parte dalla Lusitania prima o poi arriva in Cina.
SENECA (pensa) Per forza. Ma ci metterebbe un tempo incalcolabile. E poi nell'Oceano non si naviga, è troppo forte per le nostre triremi.

[continua]

venerdì 5 febbraio 2010

Il fulmine (32)

AGRIPPINA (pensierosa) Tutto questo è così romano – no, anzi, è così... così tipico di tutti gli esseri umani. Non inventare nulla, lasciare sempre tutto così com'è, sia che cambi, sia che rimanga tale – al massimo usarlo meglio – e poi tutti a casa, a bere, mangiare, e aspettare di morire, e di liberare la terra dal peso di una piuma vigliacca, inavvertita se non per sbaglio.
SENECA (sottilmente) Augusta, se ci tenete tanto che gli uomini siano tutti istruiti, perché non gli fate anche scegliere se tenere voi come Augusta, o cambiare?
AGRIPPINA (cupa) Lo farò – un giorno. Ma se mollo ora, tutto torna come prima. E io non ho ricevuto il fulmine invano. Prima o poi riuscirò a colpire le loro menti, e allora il mio fulmine gli spappolerà il cervello, liquefacendo tutte quelle ridicole convinzioni. Ma bisogna che qualcuno li costringa a pensare. O moriranno.
OTTAVIA (ghignando) Bello scherzo che ci fa il fulmine. Scende per i fatti suoi, e fa solo danni. Un bel giorno, decide di scendere se noi lo vogliamo. Ma non cambia un bel niente.
AGRIPPINA (indispettita) Zitta tu, disfattista. Ne verremo a capo. Sono abituata a remare controcorrente!... Un'ultima cosa, Seneca, e poi ti mando via. Dai un'occhiata a questo.

schiocca le dita, e si apre la cartina sulla parete. E' immensa.

[continua]

giovedì 4 febbraio 2010

Il fulmine (31)

AGRIPPINA (soffiando) Dei, che castigo è governare ottanta milioni di cretini. Se siamo tutti uguali per nascita – e questo mi pare che lo pensi anche tu, Seneca – non è ovvio che tutti abbiamo diritto ad un'istruzione, almeno di base? Poi quello che i sudditi vorranno fare della loro vita sono affari loro – ma mi pare che non possano decidere come si conviene, se prima non conoscono le opzioni. O no?
SENECA (con imbarazzo) Augusta, di questo abbiamo discusso per settimane e davvero i vostri argomenti sono forti: e tuttavia questa idea mi suona strana.
AGRIPPINA Strana come?
SENECA (a fatica) Strana. Anche questa cosa di far lavorare le donne mi mette a disagio.
AGRIPPINA Prego?
SENECA Nel senso che – non lo so. Mi mette sulle spine. Non ci dormo la notte.
AGRIPPINA Ma tu, una volta, non volevi dare insegnamenti a chi fosse venuto dopo di te? Non volevi far capire alle persone come comportarsi? Come essere felici? Come capire il mondo?
SENECA (con imbarazzo grave) Il fatto è, Augusta, che piuttosto che inventarsi cose nuove, mi è sempre venuto più naturale pensare a come conservare e migliorare quello che già c'è.
AGRIPPINA (delusa) Oh, Seneca – ma questo è metà del lavoro.
SENECA Eh – non so che farci.

[continua. Si, lo so, ho stroncato tutta la cultura del mondo antico in due battute. Scusate]

mercoledì 3 febbraio 2010

Il fulmine (30)

AGRIPPINA Bene, Seneca, continua pure. Mi sono stancata di star dietro alla mocciosa.
SENECA (srotolando i papiri uno dopo l'altro) Non c'è molto altro da dire, Augusta. La campagna contro gli Scoti è completa, e l'Irlanda è sottomessa a Roma, anche se i senatori protestano che è una conquista del tutto inutile; anche la campagna contro i Marcomanni è andata a buon fine – ma i soldati non sono granché contenti della vostra –
AGRIPPINA La mia – ?
SENECA (esitando) La vostra intromissione. Così la chiamano.
AGRIPPINA (isterica) COSA MI TOCCA SENTIRE!! Senza il mio fulmine a bloccare la strada ai barbari, se la sarebbero davvero vista brutta!! E non rientra nei miei programmi perdere tre legioni nei ghiacci della Germania. Tornino a casa e tacciano, o sanno cosa li aspetta.
SENECA Riferirò.
AGRIPPINA Altro?
SENECA (consulta per bene il papiro) Si. Lamentele dai cittadini di trentotto colonie e dodici municipi a proposito della scuola.
AGRIPPINA Cos'ha, che non va bene?
SENECA (con imbarazzo) La scuola in sé, niente; ma ai provinciali non va che ci vadano proprio tutti. Dicono che i figli dei servi e dei contadini non hanno né tempo né bisogno di andare a scuola sei ore al giorno.

[continua]

martedì 2 febbraio 2010

Il fulmine (29)

BATILLO (inchino) Auguste, gli schiavi hanno finito di sgomberare l'ala ovest del vecchio palazzo imperiale.
AGRIPPINA (annuisce) Ottimo. Fai portare pure qui le casse. Domani, con calma, le farai sistemare nel luogo dove andrà costruito il nuovo palazzo – te lo indicherò domani mattina presto.
OTTAVIA L'ala ovest? Oh, no –
AGRIPPINA (ghignando) Notizie da mio figlio? Come si trova nel suo esilio in Mauritania?
BATILLO Si trova bene, anche se dice che fa troppo caldo. Mi manda a dirvi che vi odia.
AGRIPPINA (godendo) Ah!... Ci voleva, per il mio umore. Mancherebbe giusto un bel bagno caldo, ma prima il dovere. Grazie, Batillo – vai pure.

Batillo esce dopo un inchino.

OTTAVIA Ma – ma – l'ala ovest?
AGRIPPINA (seccamente) Se tu ascoltassi, quando parlo, sapresti che ho fatto evacuare e sgomberare un buon quarto di Roma – tra cui il nostro vecchio palazzo – per esigenze edilizie, diciamo. Ho dato ordine di spostare fuori città abitanti e soprammobili, in attesa di ricollocarli come si deve.
OTTAVIA Oh, no! Sabina!... E' con loro!...

[continua]

lunedì 1 febbraio 2010

Il fulmine (28)

AGRIPPINA (seccata) Non è a me, ragazzina, che tu devi parlare. Seneca, qui, sta ricapitolando la situazione del nostro Impero a beneficio mio e tuo, che vediamo in lungo ma non possiamo essere dappertutto. Anche tu sei Augusta come me. Finiscila di giocare e metti becco almeno in una questione – è un'ora che parliamo solo io e lui.
OTTAVIA (calma) Non saprei davvero cosa dire.
AGRIPPINA (stentorea) Una ragazza istruita e intelligente come te non può non prender parte al processo decisionale. Ma tu ad ogni domanda che ti si fa rispondi che non lo sai, o stai zitta! E poi – abbi pazienza: il trono, vedi, è doppio; questo è mio, quello è il tuo. Spiegami cortesemente che cazzo ci fai seduta per terra!!
OTTAVIA Sto meglio qui.
AGRIPPINA Non fare la bambina e sali!
OTTAVIA Ma io sono una bambina.
AGRIPPINA No che non lo sei, non puoi.
OTTAVIA (seccata) E' inutile che mi sgridi. Sono piccola – e mi piace così. Rimarrò piccola finché crescerò.

entra Batillo.

[continua]