venerdì 5 marzo 2010

Le coinquiline

Gentile locatario,

bisogna dire che con te ci vuole davvero pazienza. Siamo diventate rauche a forza di ripeterti il nostro gentile ma fermo invito – e siamo più che sicure che tu non sia sordo – per cui a te rimane l'umiliazione e a noi il fastidio. Può protrarsi a lungo una simile situazione? Crediamo, onestamente, di no.

Te l'abbiamo fatto vedere più volte, con dovizia di particolari. La tua fervida immaginazione non può non aver colto ogni sfumatura dell'atto e ogni sua motivazione intrinseca. Hai potuto vedere la vasca, il vapore dell'acqua bollente, la luce accecante che dal soffitto entra nei tuoi occhi chiusi, il sangue diluito che indugia e avanza nelle onde microscopiche del bianco oceano, come un predatore che circondi la vittima. La vittima – tu – l'hai pur vista, avvolta nel mantello delle vene.

E' inutile che spegni la luce del bagno e ti rannicchi in un angolo per non vedere. Quello che ti proponiamo è in fondo l'uso più opportuno di un luogo da te sempre destinato, in passato, a scene ridicole. Ti ricordi di quando facevi la doccia al buio, a quindici anni, perché ti vergognavi di esistere – perché ti facevi schifo? Può una persona simile continuare a vivere con dignità?


Non ti fidi di noi? Ma come? Ma se abbiamo la faccia delle persone a te più care. Ma se abbiamo in bocca le loro precise parole, in certi momenti, per quanto un po' travisate. Ma se sfruttiamo i loro limiti per rinforzare i tuoi, e i tuoi per inverare i loro. Eddai, locatario!, vattene – sparisci – muori. Ci è impossibile sopportare anche un singolo secondo della tua trascurabile esistenza. Sogniamo il tuo corpo fatto a pezzi, e la tua coscienza in black out perpetuo. Che possiamo godere il silenzio, una volta tanto. Non puoi vivere, non devi. Se solo tu ascoltassi, una volta tanto. Nell'attesa – che speriamo non sia vana! – siamo sempre

le tue affezionatissime coinquiline,

o – come ci chiami tu –

le Voci.

[ché esser chiamate Furie ci fa un po' tristezza.]

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