sabato 9 luglio 2011

Busia Borders (41)

Il penultimo giorno, mi sono timidamente avvicinato alla matron, Mama New Hope, e le ho chiesto se potevo fare il bagno ai babies. Per babies intendo i tre piccolini, che non si fanno il bagno da soli: Matthew, Joseph e Aida. Tre creaturine di tre anni ciascuna che mi hanno fatto venire voglia di metterle in valigia e portarmele a casa. Matthew in particolare era un pupettino che cercava affetto in ogni angolo e negli ultimi giorni, appena mi vedeva, mi si arrampicava addosso e si faceva coccolare ad oltranza – quando non era intenzionato a farsi accompagnare alla latrina o a farsi reggere mentre si arrampicava su un albero in cerca di frutta. La matrona mi ha detto: Certo. WILL YOU? Sarebbe stata una grande contralto, o in alternativa, la versione bassa di Ella Fitzgerald, con quella voce a caverna che ha. E mi ha raccomandato di presentarmi alle sei puntuale (avrei sostituito Brenda, quella sera era il suo turno di fare il bagnetto ai tre nanetti).

[continua]

giovedì 7 luglio 2011

Busia Borders (40)

Naturalmente avevo il mio fedele taccuino su cui annotare i programmi delle lezioni, i termini che non conoscevo, le idee vaganti e i disegni dei bimbi. Una volta ogni due o tre giorni, ma senza regola fissa, andavo a Busia per procurarmi acqua, ricariche telefoniche, libri, cibo, o per spedire mail alla Computer School. Una regione del mio cervello ha occupato qualche ora di tempo libero per appurare se il Lugandan, la lingua ufficiale ugandese, e la sua variante busiese, il Samìa, fossero flessive (no) o ergative (nemmeno). Probabilmente sono isolanti, ma per affermarlo con sicurezza mi ci sarebbe voluta una conoscenza più estensiva della loro grammatica.

[continua]

lunedì 4 luglio 2011

Busia Borders (39)

Tempo libero?

Si, come se lo avessi – ho pensato al mio arrivo. Eppure di tanto in tanto ce n'era. Quando non sei costretto a uscire la sera per fare società, hai un capitale di tempo che arrivi ben presto ad amare. Andavo a letto alle otto, nella pace dei sensi, con un libro in mano, la torcetta e la zanzariera impregnata di insetticida – il che dava allo spaurito volontario un insospettabile senso di protezione. E leggevo molto in fretta, come tutte le volte che non ho distrazioni. Mi sono divorato I terribili segreti di Maxwell Sim di Johnathan Coe, Vergogna di Coetzee, Il giocatore invisibile di Pontiggia, La piccola citta' di Heinrich Mann, il primo volume di Tom Jones di Fielding (purtroppo il secondo non l'avevo portato), Bestiario di Cortazar e più o meno metà di Suttree di McCarthy – che ho finito in aereo. Una noia mortale, quel romanzo.

[continua]

sabato 2 luglio 2011

Busia Borders (38)

La televisione ce l'hanno, ma la usano come un giocattolo: si rivedono seicento volte la stessa telenovela nigeriana in quattro puntate su un principe che viaggia in Mercedes e mette incinte due cameriere – compresa di mamma regina che prende a ceffoni le suddette cameriere. Princess Tyra rimarrà definitivamente nel mio cuore.

[continua]

giovedì 30 giugno 2011

Busia Borders (37)

Un giorno che mancava l'acqua ho beccato per strada Hope ed Abby (la piccolina, la figlia minore del pastore Fred, sette anni) che portavano alcuni barili pieni di acqua dalla cisterna fino a casa (un trecento metri). I miei tentativi di dar loro una mano prendendo qualche barile hanno generato risate a non finire e ringraziamenti. Un uomo non si occupa della casa, e non porta certo l'acqua – tantomeno un ospite. Il giorno dopo mi sono intestardito ad andare con Brenda (una ragazza del NH che viveva in casa con noi) e Olivia (la figlia di un cugino di Ken nonché amicissima di Becky) a prendere altri barili direttamente alla cisterna, e me lo hanno permesso; ma non mi hanno permesso di lavare i miei vestiti, e quando gli ho spiegato che a casa mia di solito cucino, se ho degli ospiti, hanno trovato la cosa molto divertente.

[continua]

sabato 25 giugno 2011

Busia Borders (36)

Uncle Giulio, you are crazy! mi dicono, quando infilo qualche stupidaggine da musungu in un inglese imparato leggendo Jane Austen.

[continua]

giovedì 23 giugno 2011

Busia Borders (35)

Sono rimasto impressionato quando una bambina mi si è avvicinata e si è inginocchiata nel toccarmi la mano; mi sono inginocchiato a mia volta, e Becky, la ragazza che mi accompagnava (la primogenita di Augustine), mi ha fatto alzare, spiegandomi che solo le ragazze si inginocchiano, quando pensano che chi hanno davanti sia un personaggio da rispettare. I maschietti, invece, non sono tenuti ad inchinarsi. Quella stessa sera mi sono reso conto del perché Sharon ed Abby offrano la spremuta a Fred, il loro babbo, inginocchiandosi. Io pensavo che lo facessero perché fosse più comodo – e stavo quasi per complimentarmi per la buona educazione posturale: inginocchiarsi e rialzarsi tenendo la schiena sempre dritta è un consiglio che i fisiatri ripetono da decenni.

[continua]

martedì 21 giugno 2011

Busia Borders (34)

La gente del circondario mi apostrofa come musungu, e i bambini si eccitano come caimani quando passo, urlando musungo! hau ar iu'? Quando gli rispondo in ugandese (blungi), ridono come scimmie. Specialmente i più piccolini sono divertitissimi dal mio passaggio per le strade di campagna. Alcuni mi corrono incontro per stringermi la mano – toccare il musungu porta fortuna, o quantomeno soldi. D'altronde è risaputo che noialtri musungu siamo tutti dei milionari annoiati e afflitti dai sensi di colpa. Mi è stato spiegato che musungu non vuol dire bianco nel senso di 'colore', ma indica un tizio che va in giro e fa domande e ficcanasa ovunque. Cioè, quello che hanno fatto i bianchi dalla loro prima apparizione all'Equatore – missionari compresi.

[continua]

sabato 18 giugno 2011

Busia Borders (33)

Ho avuto qualche dissidio con i ragazzi dell'orfanotrofio quando gli ho detto che non credevo in Dio; ci sono rimasti male e hanno detto che pregheranno per me. In compenso ho resistito a una discussione sulla Bibbia in cui gli ho con molta calma esposto le mie convinzioni sull'evoluzione, sul passaggio dall'inorganico all'organico e sul valore simbolico e antropologico della Bibbia. Qui credono davvero che se sei malato e preghi, Dio ti salva: e prendono la Bibbia come un documento storico, per cui Adamo ed Eva sono veramente esistiti. Il NH è un'organizzazione cristiana, per cui non c'è nulla di che stupirsi; ma a volte temo francamente che sperare con tanta tenacia che, per quanto soffri quaggiù, verrai comunque ricompensato lassù, sia un modo per evitare di sbattersi sul serio quaggiù perché la tua vita migliori. La cruzade, di cui dirò, è stato l'esempio più infelice di questo modo di pensare.

[continua]

martedì 7 giugno 2011

Busia Borders (32)

Quanto agli insetti – altro punto che mi preoccupava moltissimo – era in fondo 'na roba normale. Eccetto un ragno enorme, un orrendo scarafaggio grande come una piccola rana, un'orrenda cavalletta verde lunga come una tavoletta di cioccolato, e tante, tante formiche. La zanzara tigre, da che mondo è mondo, risede in zona. La malaria è in effetti la prima causa di morte in Uganda; l'AIDS è sceso all'ottavo posto – al sesto ci sono gli incidenti stradali. Dormono tutti con la zanzariera, e ogni sera io spruzzo la mia con insetticida. E prendo delle medicine ogni giorno. Non escono mai quando fa buio, loro, e giustamente, perché dopo il tramonto la zanzara tigre diventa piu' aggressiva; in particolare, noi musungo, noi bianchi, non è consigliabile che usciamo quando fa buio, perché qualcuno potrebbe approfittarne. D'altronde lì il buio è il buio: di illuminazione stradale non se ne parla nemmeno. E vabbé che siamo in campagna. Però non è proprio il buio di Ozzano Emilia, ecco.

[continua]

domenica 5 giugno 2011

Busia Borders (31)

Era diventata per me un'abitudine girare con la mia bottiglia di minerale. E grazie: l'acqua da bere non la devi bere, senno' dissenteria. Non ti ci puoi nemmeno sciacquare la bocca. Tutta l'acqua usata in casa per fare il cibo o la spremuta e' ovviamente bollita prima, per riguardo a noi – per non ammazzarci, insomma.

[continua]

venerdì 3 giugno 2011

Busia Borders (30)

Veniamo al cibo. Loro mangiano con le mani: in casa ci sono le forchette, è vero, ma capisci che le forchette sono lì per noi volontari, quando fai caso al fatto che non mangiano ad un tavolo, ma prendono il cibo nel piatto, si siedono in poltrona e lì lo consumano. Quando però tu, tenero volontario che non oserebbe mai fare un appunto ai modi di vita del prossimo tuo, sei costretto a mangiare un osso di pollo solo con una forchetta, senti la disperata mancanza del coltello: una forchetta ha senso solo se c'è un coltello, cosa che non esiste se non per spalmare il burro la mattina. Da questo particolare capisci che le forchette sono delle aggiunte per noi, che loro capiscono a malapena.

[continua]

mercoledì 1 giugno 2011

Busia Borders (29)

Ero a casa. In molti sensi. Ma il più evidente era che questa gente ha un concetto del contatto fisico che è praticamente identico al mio. Si abbracciano, si stringono la mano, te la prendono e te la stringono quando camminate per strada, ti saltano addosso e tu salti addosso a loro, gli tiri il naso, gli fai il solletico – che li manda regolarmente ai matti – e poi vorrebbero, specie i più piccini, starti in braccio tutto il giorno. Ogni sera spiavo, seduto sulla mia poltrona, l'arrivo di Hope, una robusta cinna di tredici anni dai non chiarissimi rapporti di parentela, come avrò a dire. Lei compariva sulla porta di casa, mi guardava, socchiudeva gli occhi con aria furbetta. Io scattavo. Lei correva. Io l'afferravo, la sollevavo, la buttavo sul divano (gentilmente), e dài con il solletico. Lei ride come una scema e contemporaneamente fa le sue lamentazioni di rito (Aaaaah! Uncle Giulio, you're disturbing me! I'm going to cry! Maaammaaaaa) seguite dalle mie risposte (You deserve it!! You are STUBBORN! STUBBORN!! HOPU!). Hope era anche mia allieva (va in P4): era l'occasione per ricordarle che doveva fare i compiti per il giorno dopo. Due giorni dopo il mio arrivo, la gente si riferiva già a lei come alla mia little sister. E in effetti mi rendo conto di avere sviluppato nei suoi confronti un attaccamento molto più fraterno e protettivo del mio solito. Sta di fatto che al mio ritorno, la prima sera, la casa mi è sembrata molto vuota senza lei che tentava di evitare i miei catturoni.

[continua]

lunedì 30 maggio 2011

Busia Borders (28)

Mi avevano ventilato la possibilità di un caldo porco. Ma nemmeno tanto. Le giornate potevano anche arrivare ai trenta gradi, ma se uno si fermava sotto un albero, tirava un vento delicatissimo che gli impediva di soffrire. Certo, se quell'uno è scemo come me, che cammina con delle falcate che un allosauro di dieci metri troverebbe esagerate, e magari anche sotto il sole alle due del pomeriggio, soffrirà il caldo. Ma non sono tutti scemi, a questo mondo. Le notti erano invece freschine; a inizio settembre parte la stagione delle piogge – e ogni giorno, alle cinque precise, piove che Dio la manda.

In Uganda la pioggia esagera sempre; un paio di volte ho creduto che stesse per arrivare un tornado ed era un semplice acquazzone. Che, tra parentesi, ha fatto addormentare, col suo chioccolìo costante, il piccolo Matthew che tenevo fra le braccia. Temperatura media direi sui 20 gradi, 25, tiè. Credo che dipenda dal nostro essere in collina, o chissà da quale fenomeno metereologico che non capirò mai.

[continua]

venerdì 27 maggio 2011

Busia Borders (27)

E tuttavia, un progresso l'ho notato, specie negli ultimi giorni; e mi conforta sapere, che non rimarrà lettera morta. Dopo la mia partenza, Cathy ha preso in mano le mie classi con i testi che avevo prescelto, e siccome rimane fino a Natale, non dubito che saprà completare l'opera. Mi piace l'idea di contribuire in qualche modo, anche se piccolo, alla loro vita futura; credo che dargli due dritte su come leggere ci può aprire la mente e mostrare nuovi orizzonti (trad. piantàtela di leggere la Bibbia e di crederci come dei boccaloni – ma questo non gliel'ho detto), sia utile, anche se a lungo termine.

Sempre che loro, pur di avere un po' di finanziamenti, non facciano finta che anche un singolo giorno puo' apportare un cambiamento (così dicono). Suona sensato, se ci si pensa... l'orrendo occidentale ci finanzia? Ok, facciamolo giocare un po' con le time tables, facciamogli credere che è utile e ridiamogli dietro, così è contento e scuce i soldi e non fa danni.

Però, se ragionassimo sempre così, non costruiremmo niente. Alla fine, questa cosa si può dire di tutti quelli che ci circondano, non solo di loro... e allo stesso modo, sia di loro che di tutti quelli che ci circondano si può dire l'esatto contrario.

[continua]

giovedì 26 maggio 2011

Convalido l'iscrizione a Paperblog sotto lo pseudonimo di emilioneoteros.

mercoledì 25 maggio 2011

Busia Borders (26)

A correggere quelle domande mi sono venuti i capelli bianchi. Certe cose erano per me troppo basilari per poterle spiegare. Avrei avuto bisogno di conoscere il Samìa, la loro lingua. Perché il problema, come ho avuto modo di comprendere dopo poco tempo, era appunto l'inglese. Il loro sistema scolastico li allontana dalla lettura, oltre che da un qualsiasi metodo di apprendimento che non sia 'impariamo tutto a memoria', perché è unicamente basato sull'inglese, nel senso che non esiste un dizionario ugandese-inglese, ci sono pochissimi libri in ugandese, e la scuola è fatta solo in inglese, fin dall'inizio. Quando mai ti verrà voglia di leggere un libro in una lingua che non e' la tua e che ti hanno imposto – con tutto quello che hai da fare già di tuo per passare gli esami? Noi almeno la scuola la facciamo in italiano. Non sentiamo un'altra lingua come imposta da fuori. Il risultato di tutto questo era che i ragazzini, abituati a imparare a memoria e a non pensare, non collegavano l'inglese alla realtà. L'episodio della mucca, riportato in seguito, lo dimostra molto bene.

[continua]

martedì 24 maggio 2011

Busia Borders (25)

E naturalmente, alla fine della lezione, appioppare loro due domande facili facili sulla parte di testo letta oggi, ti garantirà il quarto d'ora più allegro della tua vita il giorno dopo. Non tutti rispondono alle domande; alcuni si dimenticano addirittura di trascriverle, o le trascrivono sbagliate, per la mia malaugurata abitudine, dura a morire, di scrivere in corsivo, che per loro è come l'arabo. Chi risponde alle domande, di solito individua nella domanda una parola-chiave, la cerca nel testo, e copia tutta la frase che contiene quella parola. La differenza concettuale che passa tra la domanda Are you tired? e Why are you tired? sembra andare al di là della loro esperienza quotidiana.

[continua]

domenica 22 maggio 2011

Busia Borders (24)

Le mie lezioni sono andate così così. A sbalzi. Il percorso standard era sempre quello: fare leggere frase dopo frase, una frase per ciascuno; fermarsi al punto; scrivere alla lavagna i termini che potevano non conoscere (e non si poteva dare niente per scontato); disegnare le parole evidentemente fuori dalla loro esperienza quotidiana (àncore, delfini, carri coperti, cavalli); parlare con calma, e ripetere tutto seicento volte – alla peggio, scriverlo. Ah, e ove possibile, dargli due dritte di grammatica.

Ma anche lì, capire cosa sanno e cosa non sanno, è affidato alla tua intuizione, perché la loro consueta difficoltà comunicativa in questa orrida lingua che per loro è l'inglese, impedisce che sappiano comunicarti francamente di cosa hanno bisogno. Per non parlare della loro timidezza. Indurli a scrivere tutto quello che scrivi alla lavagna è se non altro utile a far sì che i tuoi insegnamenti non si perdano nei loro occhi vacui (non perché siano vacui loro di testa, ma perché tra il loro inglese e il tuo, l'entropia della comunicazione è fortissima).

[continua]

venerdì 20 maggio 2011

Busia Borders (23)

Quanto ai loro metodi educativi, quando mi dimostreranno che bacchettare gli studenti con una canna da zucchero, deriderli se sbagliano, sbraitare a casaccio se si è nervosi, e raccontargli l'aneddoto di nonna Pina per spiegargli gli errori dei loro paper, sono pratiche educative efficienti, non tarderò ad adottarle. Il tipo che fa gli orari, cioè appunto la timetable, ha le idee confuse, dice una cosa e poi si rende conto che e' una cazzata e la ritratta (ma intanto tu ti sei svegliato alle cinque per andare a una lezione che non c'era). E ride. Mr. Abdallah era uno che rideva un sacco.
"Domani farete lezione alla tale ora."
"Ma non c'è nessuno alla tale ora."
"...oh. Eh, eh, eh."
"Mr. Abdallah, non c'è nessuno."
"Eh, eh, eh. Yes. Dobbiamo dire agli insegnanti di presentarsi, ora che ci penso. ma glielo dico, eh, Voi venite."
Noi veniamo, e non c'è anima viva. Basta la pioggia, o una mancanza di corrente, per far saltare le prime due ore, nel senso che gli insegnanti sicuramente non si faranno vivi in quel caso.

[continua]

martedì 17 maggio 2011

Busia Borders (22)

Negli ultimi quindici giorni, ho fatto lezione di inglese con reading, a quattro classi elementari: P4, P5, P6 e P7. Per ognuna di essi avevo scelto un testo da leggere insieme, che gli facesse venire voglia di leggere senza bacchettarli sulle dita, come fanno i loro insegnanti. Il sistema scolastico ugandese è un incrocio tra la Germania guglielmina e il Circo Togni. Gli insegnanti se la prendono molto comoda, non vengono agli orari previsti se è troppo presto, il primo giorno non si disturbano a venire perché non sanno nemmeno in che orari dovranno esserci (la timetable la fanno il primo giorno), e li vedi fumare fuori dalle classe come in attesa di qualcosa. Non si disturbano a sforare nel tuo orario anche di due ore, se devono correggere un paper di inglese - sono i temutissimi papers con i quali in Uganda gli studenti passano di livello; quando si parla di un paper, tutto il resto viene per secondo.

[continua]

sabato 14 maggio 2011

Busia Borders (21)

Un pomeriggio mi sono spaccato la schiena a far fare volavolavola a una decina di bimbi – li manda ai matti. Per non parlare di quanto adorano starti in braccio – mi è toccato, un giorno, portarne tre contemporaneamente, perché guai mai che capiscano il concetto diuno alla volta, se non quando è ovvio. Il bello della cosa è che se non ottengono attenzione perché sei lì a consolare uno che piange o stai facendo altro, o partecipano a quello che fai, o fanno altro. Insomma, si adattano in fretta alle frustrazioni – almeno, i più grandi. Se i più piccolini piangono, non la tirano mai troppo in lungo; spesso basta allontanarli e cullarli in braccio per un'oretta (e si addormentano). E lì vedi subito chi è il bambino più triste o problematico: quello che fa più bordello quando gli viene negata una cosa. Quello che tira le sleppe, insomma (come dimenticarsi il piccolo Kerry? Ed è bastata una passeggiata di mezz'ora, in braccio a me, per farlo sorridere un po').

[continua]

lunedì 25 aprile 2011

Busia Borders (20)

Lo vedi anche quando stai con loro. Hanno talmente fame di coccole e di attenzioni da parte di un adulto che ti si attaccano addosso, e diventano molto egoisti, per cui devi rispondere a dieci Uncle Giulio diversi contemporaneamente, e non si preoccupano minimamente del fatto che tu stia facendo magari un'altra cosa. Sei a fare il portiere in una partita di calcio e una bimba strilla, a duecento metri, perche' pretende che tu vada da lei a spingerle l'altalena: tu le dici: Abby, I can't, I'm playing! Lei ti fissa con occhi vacui e risponde: Uncle Giulio, come here! Oppure, stai cercando di consolare un bimbo caduto che piange disperato tra le tue braccia, e due cinni urlano ai tuoi piedi, tirandoti a terra, Uncle Giulio, uncle Giulio, me, me, me!! me too! Vogliono essere presi in braccio anche loro, e' come se non notassero il loro amichetto in lacrime tra le mie braccia, devono avere attenzioni qui e subito. Per il resto sono in realtà bambini molto dolci e affettuosi; se gli chiedi qualcosa te lo portano, e il piu' delle volte vogliono solo una carezza, un abbraccio, o che tu li veda mentre fanno una piroetta. Kisatchye, il mio amico, un robusto bambino di dieci anni, era bravissimo a farli stare tutti zitti quando accennavo al fatto che avevo bisogno di silenzio perché stavo lavorando o studiando.

[continua]

giovedì 21 aprile 2011

Busia Borders (19)

Come ho detto, al NH ci sono una ventina e passa di bambini, di tutte le età; fanno più di metà degli ospiti fissi dell'orfanotrofio. I bambini, per quanto all'orfanotrofio siano nutriti e badati, non hanno di solito gente che si occupi di loro, che li faccia giocare (noi per questo abbiamo i genitori, i fratelli o gli insegnanti, specie alle elementari, ma le loro elementari sono una roba da Germania guglielmina). Così giocano per i fatti loro, e ogni tanto stanno in gruppo, ogni tanto vanno ognuno per i fatti suoi a cercare di divertirsi. Non hanno voglia di provare i tuoi giochi, vogliono che tu provi i loro, tutti. Quindi far girare un pneumatico per il prato, giocare a carte, con il computer (un donatore gli ha regalato un VAIO nuovo di zecca!), tagliare il prato con una vanga, cogliere i frutti dai rami di un albero... Il primo giorno del suo arrivo, uncle Giulio, in preda all'ansia più cieca, ha pensato bene, siccome stava per esplodere, di coinvolgere tutti in una specie di partita di calcio fatta in casa, e pare abbia funzionato – ma si trattava dei bambini della casa dove vivevo, e nessuno di loro è orfano, per cui la problematica era, credo, minore. Con i bimbi del NH è stata più dura; un giorno sono riuscito a introdurli alle magie di "nascondino", e loro hanno gradito parecchio – anche se il concetto di "chi viene trovato per primo poi conta" o il "se ti trovano tu corri alla tana" proprio non lo digerivano; ad ogni modo, di solito le cose funzionano che loro cazzeggiano, quando non vanno a scuola, e se a uno viene in mente un'idea buona per giocare alcuni lo seguono, altri no, insomma: niente strega impalata, o rubabandiera, o unduetrestella, come facevamo noi, ma come capita capita.

[continua]

martedì 25 gennaio 2011

Busia Borders (18)

Poco prima di partire dall'Africa, una sensazione mi girava in testa. Cominciavo a pensare a pensare che certe persone che erano lì, tutto avrei voluto, tranne che lasciarle. Lo penso ancora, con una forte nostalgia. E' il motivo per cui vorrei tornare. Penso soprattutto a certi bambini, ma in generale, a tutti i bambini che ho incontrato nel mio viaggio. Vorrei passare del tempo con loro, leggere, giocare, chiacchierare, introdurmi nella loro vita quotidiana, farli ridere con la mia goffaggine, sommergerli di affetto e una quantità di altre cose. Vorrei, insomma, vederli crescere.

[continua]

domenica 23 gennaio 2011

Busia Borders (17)

Ho avuto una certa soddisfazione quando, tre giorni prima di partire, Dorcas mi ha chiesto se gli raccontavo un'altra storia. E via con l'Agamennone. Tagliato parecchio, ma credo che sia loro piaciuto anche quello. Specialmente perché l'ho impostato tutto sulla figura femminile di Clitemnestra, moglie dalla virtù falsa e dalla crudeltà più vera che mai, che le ha un po' turbate, perché non è proprio il paradigma di moglie che sono state abituate a considerare giusto, ma forse concorda con ciò che sanno (e che io so) di certe madri i cui bimbi ora sono al NH.

Si, ho bruciato tutto quello che sapevo su apparati critici, testimonianze, frammenti, grotte in riva al mare, bronteia e agoni ditirambici. Tutto questo l'ho tranquillamente sacrificato per una nuda storia, qualcosa di comprensibile per loro, e allo stesso tempo antico, tanto antico che lo capiamo tutti.

Ma un momento di comunicazione valeva tutto questo, e anche di più.

[continua]

venerdì 21 gennaio 2011

Busia Borders (16)

Durante la messa successiva, la domenica (tre ore di funzione che hanno distrutto tutte le mie possibilità di divenire religioso), c'è stato il giro di ringraziamenti; chi si alzava e ringraziava il Signore per la tal cosa, chi la tal persona per la talaltra, chi si entusiasmava e ringraziava tutti perché la vita è fantastica e via dicendo. A un certo punto sono saltate fuori con and thanks to Uncle Giulio, who has told us a good story about Oedipus... Pupine mie, che fatica pronunciare quei nomi... Oedipus, Iokaste, Laios, Labdakos, Polybos... e che gioia sadica mia nello snocciolarglieli. Ma questo e' un altro discorso. Sono curioso di vedere la reazione dei miei insegnanti di greco, quando gli racconterò che, anche le la tragedia greca è costituzionalmente priva di suspense, ed Edipo non fa eccezione, tuttavia Edipo puo' essere raccontato snaturandolo, cioè limitandosi ad un breve antefatto e lasciando al lettore il colpo di scena finale.

[continua]