mercoledì 31 dicembre 2008

Trovate le differenze!



SOLUZIONE: la fotografia in basso ha colori più vividi e sfavillanti.

lunedì 29 dicembre 2008

ma questa roba non c'è nel testo.

Da Mansfield Park, capitolo XXI:

"...In all the important preparations of the mind, she was complete: being prepared for matrimony by an hatred of home, restraint, and tranquillity; by the misery of disappointed affection, and contempt of the man she was to marry."

Leggo nell'edizione BUR:

"In tutti i passi importanti che le suggeriva la ragione, Maria era pronta: era preparata al matrimonio per sfuggire una casa aborrita, per disfarsi di quiete e costrizioni; per sfuggire alla desolazione di un amore deluso, sebbene pagasse questa fuga con il disprezzo verso l'uomo che stava per sposare."

...Che storia è questa? Le interpretazioni lasciamole ad altri!...

sabato 27 dicembre 2008

E tu, Morte, morrai.

6  (X) 


Death, be not proud, though some have called thee 

Mighty and dreadfull, for, thou art not soe, 

For, those, whom thou think’st, thou dost overthrow, 

Die not, poore death, nor yet canst thou kill mee. 

 

From rest and sleepe, which but thy pictures bee, 

Much pleasure, then from thee, much more must flow, 

And soonest our best men with thee doe goe, 

Rest of their bones, and soules deliverie.

 

Thou art slave to Fate, Chance, kings, and desperate men, 

And dost with poyson, warre, and sicknesse dwell, 

And poppie, or charmes can make us sleepe as well, 

And better then thy stroake; why swell’st thou then? 

 

One short sleepe past, wee wake eternally

And death shall be no more; Death, thou shalt die. 


John Donne, Holy Sonnets.

giovedì 25 dicembre 2008

Momenti

In queste feste ho visto alcuni amici molto vicini, e chattato con i medesimi e con altri. E ancora devo vederne altri. La Ragione mi sta urlando nelle orecchie che, a dispetto del melodramma che metto in scena ogni giorno, non sono lo stilita solitario del deserto di Tebe.

Questa fase di consapevolezza durerà ancora dieci minuti. Approfittatene per parlare con un Giulione miracolosamente privo di paranoie.

mercoledì 24 dicembre 2008

La finestra di camera mia

è molto indicata, se avete un Mac che state ancora imparando ad usare e una vigilia pigra e nebbiosa. Osservate la solitudine di questo tronco appena potato, ed il suo inquietante ischeletrirsi. Non troverete la strada, neanche se fissate per bene. Viste da qui, le case paiono addossarsi l'una all'altra all'infinito, intervallate da chiazze di verde e fumarole di comignoli.


Perdetevi insieme a me nel vedere le cime degli alberi che toccano il cielo. Fin da piccolo mi sono visto lassù, non meno solo - anzi, perfettamente solo. Io, la materia: il freddo, il verde, l'odore umidoaspro dell'abete, la resina che ti s'incolla nelle dita, il vento, la nebbia, le nubi.


[qualcuno lo chiama sentimento creaturale]

martedì 23 dicembre 2008

Argh

Ora, io non dovrei studiare Plauto e nel mentre vedere 1408.

Però lo sto facendo.

La degenerazione è un fatto.

[i miei geni materni stanno liberando una passione insana per gli horror]

lunedì 22 dicembre 2008

Gli impossibili

Quattro anni fa mi parlarono di una persona che era un romanzo. Girava per il Galvani, ciondolando tra il suo passato e i casini del presente. E mi dissero: "E' talmente intelligente. Ma è troppo diverso da te, adesso." Io però volevo conoscerlo. Ho aspettato che lui cambiasse, che io cambiassi. Quando ho potuto parlargli, ho misurato le parole. Ora lo conosco.

Tre anni e mezzo fa ebbi il sinistro sospetto che una persona cui cominciavo a volere davvero bene non provasse per me altro che il piacere della tortura. Ma mi dissi: non cedere, abbi pazienza, lascia passare il tempo, e vedrai con chiarezza. "Perché l'affetto non va risparmiato - e cosa vali tu? Cosa sei tu? Puoi forse permetterti di staccare a casaccio quell'affetto che mendichi come un cane? Devi aspettare, e capirai." Aspettai. Ora io e lui siamo amici.

Tre anni fa vidi una persona in un'aula universitaria. Vidi la cortesia che, prudente, non si concedeva a chiunque; le maniere calibratissime, gli occhi che non erano finestra su niente - ma vidi la brillantezza, la vivacità, lo stupore degli altri. Mi dissi: devo, devo diventare suo amico. E mi impegnai. Ora lo sono.

Due anni fa capii che una persona non sarebbe mai diventata mia amica, se non avessi fatto più passi di quelli cui ero abituato. Diedi via libera a tutto il bisogno di amore e di amare che porto dentro di me, povero feto che non nascerà mai: mi impegnai per farle capire che non me ne sarei andato. Ora siamo fratelli.

Sei mesi fa sentii parlare di una persona che non era di questo mondo. Eravamo in macchina in mezzo alle montagne, e veniva da non so dove una nuvolaglia dorata. Troppo in alto - particolare - inimmaginabile. Mi si accese un campanello. Ad una cena l'ho vista. E dissi: "Se è davvero così preziosa - se è quella persona - io devo parlarle." Così, mi sono messo all'opera con lentezza, nascosto. Ora le parlo.

Io le persone - certe persone - le voglio. Contro ogni verosimiglianza, carattere, praticità. Le voglio quasi alla disperata. Non fatemi perdere tempo con schemi di amore, amicizia, conoscenza, carne, rispetto. Ho bisogno di loro e basta. Le cerco con l'idealismo imbecille di un bambino, come una stellina, appesa lì da sola in un firmamento di ghiaccio, che cerca nella tenebra nera altre stelle, troppo lontane, troppo fredde, per poter sapere che star lì ha senso. E quando non mi vengono incontro spontaneamente, devo averli, devo avvicinarmi a loro. Per questo mi sono ridotto al ridicolo, alla miseria, al deserto della solitudine. Per questo, spessissimo, ho fallito - e fallirò. Ma alcuni...

...li ho raggiunti!


[...È il ristoro dell'anima mia; in sentieri diritti mi guida.]

domenica 21 dicembre 2008

Le legittime offese - parte 2.



Chissà dov'è la Ragione, ora. Probabilmente viaggia per gli spazi infiniti, e si pente ogni secondo di più della sua ira - perché la Ragione non ha scatti d'ira. Affari loro, ha pensato: hanno tirato troppo la corda. Edward e Alan morti, Adrian perduto dopo tanta fatica: questa è stata forse una ferita da cancrena. C'è chi mi ha proposto una Ragione a Tahiti, circondata da donne nude, che sorseggia un Bloody Mary sulla riva del mare sonante. Non è male.

sabato 20 dicembre 2008

Le legittime offese - parte 1.




Mentre ero lassù - mentre la Marghe, come un vortice di rosso, ruggiva e godeva attorno ad Adrian ormai perduto nelle nebbie snaguigne della sua furia, io ho guardato la Marghe negli occhi. La Ragione e la Rabbia, è chiaro, possono vedersi tra di loro: la Ragione la possono vedere tutti, perché appartiene a tutti, ed unisce; la Rabbia non la vede nessuno, perché è personale, e divide. La Ragione parla, discorre, si dilunga, perché è Logos e deve argomentare quanto dice; la Rabbia infila immagini poetiche una dietro l'altra, dialetticamente irrilevanti, quando non ruggisce; è umorale, attenta all'esterno, aggressiva e reattiva. Così l'ho guardata, con uno sguardo triste - perché la Ragione può anche diventare personaggio ed accusare il colpo di un sia pur minimale sentimento. La Marghe ha capito, e mi ha cominciato a volteggiare attorno guardandomi con ferocia, ridendo. E così ci siamo capiti.

Sissì.

Ogni cinico, in cuor suo, è convinto di non essere altro che un realista frainteso da tutto il resto del soffice mondo.

venerdì 19 dicembre 2008

Sinfo (4)


Felix Mendelssohn - Bartholdy (1809 - 1847) è stato definito 'il più classico dei romantici'. A cominciare, credo, dalla sua vita: nato benestante, coltissimo e frequentatore di salotti ancora più colti (Goethe, Heine, gli Schlegel), dotato di una sorella pianista non ignara di composizione, praticò molte attività e sport, fece un matrimonio miracolosamente integro e rasserenante - specie se osserviamo quello, coevo, dei coniugi Schumann - e in tutto questo mantenne un vigore e una maestà di scrittura musicale che lo fece amare dai suoi contemporanei. Nella Sinfonia n.4 in La Maggiore, op. 90, 'Italiana' noi sentiamo la gioia. La gioia di una bella veduta di Napoli con scorcio sul mare, e le femmenelle che cantano e danzano la tarantella sulla spiaggia, e il sole, e il verde delle acque, e la musica che pare buttarsi ridendo da una roccia per tuffarsi nell'abbraccio del golfo. Ma anche la gioia di una bolla felice ed esotica, di un'Italia assolata e ardente. Svoltato l'angolo del primo movimento, ci imbattiamo in una processione, scandita dal battere cupo dei fiati e da temini tristi degli archi. Grazioso minuetto, che deborda in un demoniaco saltarello rapidissimo - chissà che matti ha incrociato Felix nel suo viaggio in Italia, mentre girellava per vicoli.



Invece, Gustav Mahler (1860 - 1911) si godè una vita piena di ansia, dolore, tragedia. Spesso frainteso, frastornava gli ascoltatori con incursioni nel profondo e passaggi apparentemente banali. E' stato detto di lui che - per recarsi in un paese vicino - invece di arrivarci per la via più breve, faceva prima il giro del mondo e poi ci arrivava. I Lieder der Erde (1908) - testi cinesi tradotti disinvoltamente in tedesco -  hanno una forte carica novecentesca: sono costellati di temi languidi, angoscianti, torbidi, terrificanti (compresa una funerea introduzione di fiati e un tormentoso ripetersi degli archi che anticipano il minimalismo di un Glass); la sensibilità dei testi, che oscilla tra Alceo, Orazio, Virgilio e quant'altri celebri disforici della letteratura di tutti i tempi, viene tragicamente interpretata. Sono canti per il vino, per la morte, per l'autunno: una ragazza spensierata sulla riva di un fiume viene colta quasi da un malore mortale nel vedere per la prima volta l'uomo che già intuisce di amare - e l'orchestra le fa eco con poderosi staccati - come se amare fosse un dolore, la fine di un mondo, l'inizio della tragedia della vita.

martedì 16 dicembre 2008

16 dicembre 1775


L'ho conosciuta in lunghi pomeriggi d'inverno. Mi sono perso nelle sue frasi dove ogni virgola ha un senso e poi un altro. Il mio cervello ha imparato a scattare come un anguilla dietro al meccanismo perfetto e terso come cristallo del suo ragionare. Ho conosciuto il controllo di sè stessi, il disprezzo del mondo, il sorriso. L'ho capita dal primo rigo all'ultimo, prendendo a larghe sorsate quelle parole generose, limpide, nette. Ho visto i suoi lampi dove nessuno li ha visti, e ho riso dove altri hanno sbadigliato. Ho toccato con mano che una donna, a dispetto di tutte le banalità, può fare a meno di un uomo, essere un genio ed essere felice nella stessa vita. E' stata - per me - il più immenso scrittore del mondo, e l'ho amata di profondo amore.

La sua casa: prima o poi andrò a visitarla. C'è anche il suo scrittoio, che il babbo le regalò quand'era bambina, investendo 10 sterline in quella perla di figlia che si era ritrovato.


Oggi ricorrono 233 anni dalla nascita di Jane. Festeggiamola insieme. Chissà come festeggiava lei. Probabilmente si ritirava in una camera nel suo piccolo cottage a spettegolare con l'inseparabile sorella Cassandra e a sputtanare il mostro di turno. O forse faceva il bilancio della sua vita e considerava che, in fondo, qualcosa l'aveva poi fatto.

"In questo momento non posso interrompere la revisione del mio romanzo, così come una madre non può separarsi dal figlio che allatta."



domenica 14 dicembre 2008

Tazzy

Caro diario cristiano,

oggi, solo soletto sul mio picco montagnoso nel deserto della tebaide, ho ultimato le'elenco delle cose che odio. Odio:

1. Le donne. In particolare le poetesse.
2. Il teatro. Non si dovrebbe mai fingere nulla.
3. Gli Dèi pagani. Sono immorali!
4. La musica. Ti induce all'irrazionalità.
5. Il tono di voce nasale.
6. La gente che ti ferma per strada con toni "non appropriati".
7. I bambini, testimonianza del fatto che la gente tromba e quindi propaga il peccato originale.
8. La materia, che ha tradito Dio.

Con affetto... anzi, no. Con indifferenza. Il mondo è creato, merita disprezzo. Tu sei materia, quindi io ti odio. Con odio,

TAZIANO IL SIRO.

Decisioni tragiche

Ebbene si: mi sono svegliato alle otto di domenica mattina, perché sennò col piffero che studiavo.

venerdì 12 dicembre 2008

Scusate, però

per una volta che mi piace una cosa moderna. Sigh...


mercoledì 10 dicembre 2008

E due.



Le legittime offese

Recitativo in un atto di Giulio Iovine.

ADRIAN -- Nicolò
la RAGIONE  -- Giulio Iovine
la RABBIA  -- Margherita
Jason LESLEY -- Giulio G.
lady BERESFORD -- sempre Margherita
sir Therence WENDOVER  -- Emanuele
ALAN -- Francesco
EDWARD -- Elia


Lunedì 15 dicembre alle 18 e 30, piacendo a Dio, alla pioggia e alla neve, troverà pace il progetto che Gianlorenzo mi comunicò quel lunedì pomeriggio di fine novembre. Quel giorno ricorre il primo mese dall'aggressione che due benemeriti del gruppo musicale Legittima offesa, neofascisti conclamati molto poco accomodanti, hanno perpetrato a danno di due studenti. Studenti che al momento sono in ospedale, e chissà che succederà. Cercheremo di fare un po' il verso a questa pessima interpretazione di una dottrina ancora peggiore mettendo a nudo quello che a noi sembra essere l'origine sociale e pilotata della violenza di strada. Il copione mi è costato tre o quattro notti di ansia e panico diffuso, ma - se devo essere sincero - pochi ripensamenti, perché nel momento in cui ho finito di leggere gli articoli che Gianlo mi ha passato sull'accaduto, l'idea già ronzava in testa. L'ho nutrita con della musica come si deve, e a sera ce l'avevo. Mi sono detto: racconto la storia personale di un tizio che diventa neonazi? O di un tizio che lo è già? Nonsenso: mai stato di quelle branche lì, sono storie che non ho mai osservato. Allora trainiamo la cosa sul piano allegorico. Senza farcelo restare, perché poi la cosa diventa troppo astratta. Allora, prendiamo una persona qualunque, in un luogo indefinito. Questa persona è poco istruita, povera, vessata da lutti di vario genere. Attenzione: non sto dicendo che solo questi diventano neonazi - però sono i più a rischio, diciamo. E l'ho chiamato: Adrian. 

Che carattere gli do? Bè, in fondo i picchiatori erano due membri di un gruppo musicale. Andiamo a leggere i testi di questi qua. Ho letto, ho avuto un giramento di testa, e ho capito. C'è come un senso di generica e inspiegata frustrazione, una rabbia immensa che deve trovare pretesti per esplodere. Bene, il nostro ce le deve avere tutte: oltre che poverissimo, umiliato, poco considerato, ha pure perduto l'ultimo membro della sua famiglia: e il dramma inizia quando lui sta seppellendo, solo solo in un'immensa foresta, suo padre.

Poi vedremo lunedì.


Via libera

Il problema della fantasia, o se vogliamo il suo paracadute quando si cade da mille metri d'altezza, è la gratuità. Le immagini non tollerano di essere tenute al passo della costruzione logica, e vanno dove pare a loro. Così, nella vita, capita che ci inventiamo duemila storie, e solo venti possono veramente essere raccontate, perché passibili di elaborazione, condivisione, e accoglienza di contenuto - senza il quale, bah.

Io personalmente sperimento ogni giorno una serie di visioni, manco prendessi gli allucinogeni. Con il tempo ho imparato a riconoscere il tragitto, che spesso è simile; ma la sorgente rimane al di là del mio controllo - come è poi prevedibile. Qualche giorno fa ne ho avuta una cui sono stato attento sin da subito, e ho provato a seguirla senza influenzarla, ma badando a dove scantonava nel suo tragitto. I risultati sono stati rivelatori.

Dunque, guardavo la mia doccia da fuori, dopo esserne uscito. Avevo un gran freddo, era notte alta, c'era un gran silenzio. Bene, sul principio mi son detto: sai che palle stare sotto un flusso di acqua che come ti sposti la sensazione di calore svanisce? Bene, sigilliamo il parallelepipedo e riempiamo d'acqua tutto, fino a mezzo metro dalla cima. E questa è stata la base della fantasia. A quanto pare, non mi piace stare in basso rispetto ad un luogo alto, e mi piace l'acqua calda che ti circonda e ti priva di peso.

Mi sarò detto, dentro di me: qui che ci metto? Presto fatto. Sopra la mia doccia non c'è niente, c'è solo il muro bianco. Bene, mettiamoci una lampada, di quelle fatte di due piccole lastre di vetro e plastica, con luce bianca accecante. Proprio in cima. Così la luce piove dritta sopra l'acqua, e crea sulle superfici giochi di fortissimo chiaroscuro - poniamo, sulle pareti della doccia, ma anche se io metto un oggetto direttamente sotto di lei. Io vado ad estremi: luce accecante in un angolo, buio divorante nel resto dell'universo. L'universo oscilla tra un'estrema piccolezza e chiusura (con conseguente estensione massima del microcosmo) e un'infinitismo delirante e senza speranza, dove ogni luogo è nascosto ed introvabile. Vale a dire: o l'universo nella parte alta di una doccia, o l'universo largo quindici miliardi di anni luce, con magari un piccolo pianeta primigenio nascosto nelle pieghe di una nebulosa in una giovane galassia, ricco di acqua e foreste, e in questa foresta a sua volta sta un lago attraversato da mille fiumi, e in un'isola irraggiungibile sta una foresta più piccola, e in mezzo, una creatura non grande, strana e tranquilla vive. Ma sto divagando.

La lampada, ovviamente, scalda l'atmosfera e fa muovere l'acqua, che non stagna mai, ma si scuote tutta, con lento ed inarrestabile moto. L'aria è piena di vapori, che stagnano sopra le acque, e nubi a volte oscurano la vista della lampada a chi è nel mare ribollente della doccia. Però manca qualcosa. Mh. Bè, tra la lampada e l'acqua ci devono essere monoliti a parallelepipedo sospesi in aria, galleggianti, tipo rocce mobili. Sissì, così va bene. Sennò non sfrutto il chiaroscuro... ma così sto pilotando, la fantasia, non va bene... recuperiamo l'incanto spostando lo sguardo... più in alto della doccia, attaccato al soffitto, sta lo stendino. Sei o sette barre attaccate con una corda al soffitto, dal quale ora pendono le coperte dei nostri letti, fresche di bucato. No, dico, sai che effetto di ombra e penombra mi farebbe con la luce? Senza contare il senso di sospensione e il fascino terribile di queste pareti di tessuto, che proteggono, nascondono, scaldano. Mettermi al riparo dietro qualcosa di enorme e avvolgente: questo è un tratto ricorrente della mia fantasia. Bene, a pochissima distanza aerea, ecco profilarsi lo stendino con i suoi enormi tessuti appesi.

Come popolo il nuovo mondo? Anche qui ho notato che la fantasia va per associazioni elementari, se non banali, che poi tocca insaporire a cervello freddo. Così a tutta prima, pensavo ad un popolo che vive nel mare della doccia. Non sirene, però - la sirena non mi viene quasi mai in mente spontaneamente. Però un popolo, per esempio, di musicisti. Vivono immersi nell'acqua come nella musica, che praticano con strumenti acquatici a pelo d'acqua. Colonna sonora dell'ambiente, che - ricordiamo - è caldo e teporoso: BWV 1065, ma anche Il martirio di Santa Cecilia. Il clavicembalo sta bene, porta frescura e definitezza in quell'aria grassa e colorata di vapori. Per la gran parte del loro tempo gli Acquatici danno melodrammi o orge sinfoniche di ore e ore a pelo d'acqua, mentre gli altri nuotano intorno a loro mimando i suggerimenti della musica; oppure se ne stanno a pensare e a dormire, capovolti, immersi nella profondità dell'Acqua, dove tutto diventa più caldo ed oscuro, e la musica si estende nel vuoto liquido sempre più soffusa e distante.

Invece nella lampada - o meglio: intorno alla lampada - volano i Luminosi, che si dedicano alla loro vasta opera di conoscenza e catalogazione dell'Ente. Perlopiù volano nell'eternità che si apre quando lo spazio vicino alla lampada viene inondato della massima luce, a mezzogiorno (la lampada segue cicli di illuminazione): lì cantano, senza strumenti, sfrenate polifonie, ma preferiscono alla musica la declamazione di tutto ciò che imparano. Quando non volano e non vivono in comunione gli uni con gli altri, se ne stanno a meditare sul ripiano più alto della doccia, bianco e stretto, oltre il quale si innalza l'enormità dello stendino. Lì siedono, parlano, mettono insieme volumi e volumi cucendo e ricucendo le copertine e le pagine. Con le mani sanno fare tutto e odiano qualunque processo automatico. Me li immagino simili ad angeli, con le loro ali che vorticano, e vestiti con larghe tuniche bianche. Viaggiano nello spazio, per mesi, per il puro gusto di esplorare, e tornare a riferire; e vivono così, sospesi, tra il vapore e la luce.

La doccia non è sempre stata così; un tempo era vuota, e ospitava una civiltà di commercianti che si spostava dall'Alta Doccia (quartieri residenziali) alla Bassa Doccia (fabbriche, bidonvilles) mediante grandi e lente navi da carico. Poi un cataclisma li costrinse alla fuga, inondando la doccia di acqua. Lì rimasero i discendenti di una specie indigena della doccia, che era stata tenuta da questi commercianti in uno stato di minorità e trattata con indifferenza o arroganza. Costoro si evolsero e si divisero il mondo; gli ultimi commercianti salirono sulle ultime navi e si stabilirono nell'inospitale stendino, che è molto più freddo del resto del mondo. Ma lavorarono duramente, convogliarono verso di esso flussi di vapore caldo che venivano portati dalle correnti generate dalla lampada, che era appena nata all'epoca; costruirono all'interno dei tessuti case comode e accoglienti. Col tempo costruirono nel tessuto anche un palazzo, e lì misero il loro senato. Si procurano il cibo coltivando terreni sospesi in aria in mezzo ai tessuti - la terra l'hanno raccattata dal pianeta di acqua e foreste che dicevo prima (io sono uno che quando ha due fantasie concomitanti, tenerle separate gli dispiace). Essì, la doccia e lo stendino sono immerse al centro esatto di un'immensa nebulosa lontanissima, lontana da qualunque civiltà umana; a pochi anni luce c'è il sistema solare il cui sole ha permesso la nascita del pianeta di acqua e foreste, dove la creatura strana e tranquilla -e non solo lei - vive. Lì i commercianti hanno preso quanto gli serviva. Come? Bè, qualche nave l'hanno tenuta, e nonostante la cultura del viaggio interstellare sia un po' trascurata ultimamente, i loro motori sono ancora in grado di valicare un anno luce al mese, che è velocità ottimale per le loro distanze. Così vivono i Viaggiatori, coltivando la terra, viaggiando qui e lì, e intrattenendo scambi e progetti culturali con gli altri popoli del loro mondo.

Per questi popoli il piccolo è grande. Pochi metri sono una distanza terrificante. Poche cose sono un mondo intero. Il loro microcosmo si dilata al suo interno nell'infinito della riflessione, dell'intimo, del germogliare frattale degli spazi. E così, questo è il mondo. Cinque minuti di spago alla mia fantasia me l'hanno dato, e io lo consegno qui - casomai un giorno qualcosa tornasse utile.

Sotto la volta


Siamo usciti una sera, io e Chiara, e siamo andati al Baraccano, in attesa paziente di Gianlo con la Marghe. Io attendevo risposte ad una questione che definirei seria. Chiara venerava il suo Mac riparato dopo mesi di privazione ed era lì per sentire due scemenze e saltellare qui e lì. Così si è seduta, nella notte buia e gelida, e io mi sono inoltrato sotto l'immensa volta arancione.

Una volta lì, ho avuto la conferma della mia solitudine di fondo. Non voglio essere categorico, spero di crogiolarmi spesso in futuro di presenze altrui. Ma di fondo io sono così, in piedi sotto un cielo di mattoni arancioni che gioca tra il nereggiare della notte lontana e la luce infernale dei lampioni. E il tempo è infinito, e il nulla si rotola sopra di me, e in fondo sono io. E poiché tutto questo è stato profondamente chiaro e il silenzio era altissimo, ho cantato, senza disturbare, mentre camminavo sotto la volta; e la mia nuvoletta di fiato è salita verso il cielo. Lì ho avuto l'illusione di non esistere, e di vedere nelle cose una sorta di gelida corrispondenza.


lunedì 8 dicembre 2008

Risultati del sondaggio (3)

LA POESIA "IL REGNO DELLA MORTE" (VEDI LINK) FUNZIONA?


Si              0 (0%)

No            2 (12%)

Abbastanza       1 (6%)

E' ridicola         10 (62%)

Cosa vuol dire?       2 (12%)

Mi è garbata             1 (6%)


...antipatici.

sabato 6 dicembre 2008

Frasi celebri

...vogliamo citarlo?

Massì.

FABRIZIO  Vedi, Giulio... (tossicchia, tira su col naso, mi mette una mano sulla spalla, la toglie, fa una piroetta, imita Tremonti, si guarda intorno) ...alla fine io penso che... (accarezza Kira, mi si avvicina col suo tono del profeta) ...l'abito finisce per fare il monaco.

[tatatataaaaaaaaaan! tan! tan!]

Risultati del sondaggio (2)

E' UNA BELLA GIORNATA, MA QUEL TIZIO DAVANTI ALLA LATTERIA NON SEMBRA PENSARLA COSÌ. TI FISSA STRANO. CHE FAI?

Oh cristo... ha capito il mio piano... sta ordendo una congiura contro di me... devo subito attivare la centrale fusiva!!!!

  1 (3%)

 

Sondaggista, 'quel tizio' sono Io, e sto fissando da un'ora te che vai in giro scribacchiando e parlando da solo!

  9 (30%)

 

Dissimulo dichiarando eterno amore ad un attaccapanni che passava di lì.

  4 (13%)

 

Utilizzo un bambino come scudo umano e do una mitragliata all'area per bonificarla.

  13 (43%)

 

Oops! Ha scoperto che sono Superman. Dovrei stare più attento a 'sto costume, spunta fuori ovunque.

  3 (10%)

 

...mi siete piaciuti, stavolta!!!

martedì 2 dicembre 2008

Parlando con Laura

Abbiamo passato millenni a interrogarci sul cuore delle donne come fosse una cosa terrificante e impenetrabile. Inventando la motocicletta nel 1889, Daimler ci ha fornito il sistema perfetto per fare sì che ci seguano anche fino all'inferno.

sabato 29 novembre 2008

Delirio


(su Facebook)

GIULIO  Lalalaaa.

MARIA  Llalla, laralala.

GIULIO  Lallalalalaaaa, dudududddddduuuuuuu. Maaario?

MARIA  Si? 

GIULIO  Sei una Mary. 

MARIA  Non c'è dubbio... E tu un Giulione...

GIULIO  No. Io sono Sennacherib. 

MARIA  Ah, scusa...

GIULIO  Zozzona! 

MARIA  Addirittura?

GIULIO  Si. Troppe me ne hai combinate. 

MARIA  Tipo? 

GIULIO  Presentarti sbronza al colloquio di lavoro... ho dovuto faticare moltissimo perchè ti assumessero comunque nell'esercito persiano. 

MARIA  Aah...a quello ti riferivi! 

GIULIO Si.

MARIA  Insomma..un incidente di percorso.. Capita a tutti! 

GIULIO Si, ma non a tutti capita di sbagliare il luogo della campagna militare! Se uno dice "attacchiamo la Grecia", non mi vai DA SOLA ad attaccare i Chorasmi del Caspio su una zattera! Un po' di buon senso, Parisatide mia...

MARIA  Si...ma...insomma...ti devo fare una confessione... Mi sono perdutamente innnamorata di un generale greco... Uno spartano dal pettorale scolpito... Bellissimo.... E coraggiosissimo... Sarebbe il primo a farsi ammazzare sul campo di battaglia... Quindi: meglio i Chorasmi dei Greci! 

GIULIO  Tu vuoi dire quell'armadio a due ante di Aristomene? ...ma cos'aveva Satibarzane di Cappadocia che non ti andava? 

MARIA  Eh.... Devo proprio spiegartelo? 

GIULIO ...E' per come si comportava a tavola?

MARIA  Mmm...non esattamente... 

GIULIO ...Ma era così un buon partito... avresti avuto la tua villetta sull'altopiano di Mazaca...
Ma già, tu con gli idolatri non vuoi averci niente a che fare... Ti sei fissata con quel dio palestinese... Mah...

MARIA  Adesso non cominciamoo con la religione... E poi io me ne strafotto del buon partito!

GIULIO  Ma tesoro... sei un soldato... se non ti sistemi, che vuoi fare, prendere a lanciate i nemici dell'Impero fino a 50 anni?

MARIA  O il grande amore o la morte!! Ma eroica...sul campo di battaglia!!

GIULIO  Si, con la tua mitra azzurra intonata con gli orecchini... La vesta lunga... Urlando in aramaico "viva l'imperatore" e "il Signore è unico"

MARIA  Si!!

GIULIO  Ok, allora ti do gli appuntamenti e poi vado a pranzo:


h 15:00 Briefing pre - missione a Susa. h 16:00 Parte l'esercito sulla via regia verso Bactra. E' previsto il contatto con i Massageti per domani alle 19:00. Si attacherà battaglia dopodomani. Tu sei nella quinta divisione di fanti, vicino agli arcieri siriaci, e hai la responsabilità di due battelli fluviali fenici. Mi raccomando, niente boiate, che ci leviamo dai piedi 'sti barbari per un altro secolo...


MARIA  Fidati di me, o mio capitano!!! (Giulione, ti fa male dare certi esami secondo me... ^^ )

giovedì 27 novembre 2008

Quanti soprannomi mi hanno dato?

Vediamo... Giu, Giu-Giu, Giulino, Giuliaccio, Giulietto, Giulàio, Jules, Giovine, Giovi, Giovinastro, Giovinotto, Givòi, Givi, Giovincello, G, Buon Giulio, Vecchio Giulio, Giulione, One (pronunciato come è scritto), Huliòn, Giulionino, Iovàins, Iovinaz, Givi, Frank, Iulius, Iulio, Hulio, Stellina (Laura ^^, che perlopiù usa il mio nome intero) ...

mercoledì 26 novembre 2008

Ok, sto esagerando.

G - A proposito, Mary... ho visto le foto che hai taggato su Facebook... quelle con la Chiara e le altre ragazze... devo dire che abbronzate al tramonto sullo scoglio siete delle belle sventole!
M - Sventole? Cioè, Giulione?
G - ...Mary, non vorrei essere volgare...
M - Un sinonimo che non sia volgare?
G - ...che ne so... Sembrate dei sonetti del Marino.
M - Ok. Per te, sublimi. Va bene!...

Stupidità

Sono giunto alla conclusione che per fare un certo tipo di - diciamo - esperienza artistica - mettiamo: la scrittura, ma anche il cinema, disegnare e via così, bisogna ogni tanto essere stupidi. Cioè impratici, direte voi. No, stupidi. Bisogna non capire certe cose. E' anche così che si crea. La maggior parte della gente in genere agisce con una finalità, conosce il terreno su cui gioca, e prevede gli ostacoli. Io ne sono incapace, perché perdo tempo a vedere le cose che succedono. Lo si vedeva quando ero piccolo: nei giochi di simulazione, tutti volevano vedere una trama concatenata, un giallo, ruoli definiti, scopi: io perdevo tempo ad inventare caratteristiche dei personaggi, discorsi, concetti. Arrivavo a immaginare i personaggi che all'estremo respiro davano il senso della loro vita e poi morivano. Tutte cose che rallentavano il ritmo del gioco in maniera mostruosa - e non avevo inventato nessun intrigo, sfida, concatenazione logica che avesse divertito o stimolato gli altri bambini. Ed eravamo all'asilo. Col tempo le cose sono rimaste sempre quelle, nel senso che tutti si sono abituati al mondo e alle sue piccole carognate, mentre io rimanevo sbigottito a ogni pie' sospinto. A undici anni tutti i miei coetanei avevano capito benissimo come ragionavano le ragazze, anche a livello elementare (se la offendo mi presta attenzione, se la rispetto si annoia); io cercavo di parlarci perché non capivo per niente le loro motivazioni, e ponevo loro domande su ogni minimo comportamento, perché mi confondeva o mi scandalizzava. Ponevo domande a chiunque, ma continuavo a non capire un accidente del perché la gente facesse quello che facesse. "Ragazzi, ho parlato con M., mi sa che me la dà." diceva Francesco nei bei tredici. E io pensavo: "Ma non ha altro da fare? Che ne so, fare una passeggiata? Guardare gli alberi? Mangiare qualcosa? Che razza di noia è stare ore e ore a pensare se dàrtela o no?" Non capivo che tutto aveva una sua logica ed era già scritto che tutti si comportassero così. Non è che non provassi il desiderio, ma non capivo perché dovevo fare tutto quello che dicesse lui. Sai che palle, pensavo, più si cresce, più tutti fanno quello che fanno tutti. E onestamente avevo fastidio a gridare "viva il fascismo" a tredici anni all'uscita dei giardini, così, per dare il panico o il disgusto ai passanti. Non aveva senso, non era divertente, era troppo chiassoso. Prendiamo un problema di matematica. Esiste un metodo per risolverlo, che è rapido, sicuro, e il più logico e completo possibile. Ma una volta trovata la soluzione io non sono felice. Perché non mi sono divertito, e trovare la soluzione in maniera rapida ed efficiente mi ha tolto tutta la gioia di pensare. Pensare è perdere tempo. Con la scienza lo risparmi. Ma non è l'unico modo per stare bene. Negli scacchi fallisco perché non penso a quello che farà l'avversario, non tiro a distruggerlo prevedendo le prime duecento mosse, non gli faccio fare quello che voglio io (come disse un mio amico scacchista). Più stupidamente, mi diverto a muovere i pezzi e ad inventare nuovi modi di dare fastidio, così, come capita, e nessuno sa come finirà la partita dopo le prime tre mosse - mentre la logica del vero scacchista è talmente ferrea che la partita è già decisa all'inizio, a meno che a due mosse dalla fine il geniaccio di turno non s'inventi un matto inaspettato e spregiudicatissimo, e allora si che ci divertiamo. Oppure quelli che contano le carte da gioco mentre si gioca a briscola. Così sanno sempre esattamente quante carte hai tu, quante ce ne sono nei mazzi, e quelle che stanno per uscire. Ma santo cielo, se sono coperte sono coperte! Perché devi sforzarti di scoprirle con la mente? Perché iperprevedi ogni cosa? Non è più rilassante stare a vedere come va? ...soggettivamente parlando, eh.

Per questo dico che per fare arte bisogna essere stupidi. Non tutti gli stupidi sono senza speranza. Chi non capisce si domanda. Anche se non capisce lo stesso, proverà dolore, contraddizioni, angoscia, vuoto. E magari il desiderio di fare ordine e di capire lo metterà alla scrivania, e lì comincerà a capire anche lui. Il logico, il finalista non si diverte in un gioco che non è prevedibile. Se non può essere tutto previsto, calcolabile, vivibile al massimo di efficienza, diventa inutile e noioso. Lo stupido invece preferisce di gran lunga immergersi in un mondo dove - per una volta - è lui che decide come funzionano le cose.

lunedì 24 novembre 2008

Avviso

Questa domenica, 30 novembre, alle 18 e 30, nella chiesa di S. Antonio di Savena in via Massarenti, c'è la messa per la Benny. Chi se la sente, venga.

[sigh.]

L'inizio

Inizio del racconto Il mondo nuovo, fiaba paleontologica allegorica etc. etc.:

Entrando una mattina in un liceo del centro per un normale giorno di lavoro, la signora Malvezzi non poté fare un passo oltre l’ingresso perché vide una gigantesca bambola di pezza, con fattezze umane, trafitta da uno spuntone metallico arrugginito e appesa per il collo ad una corda legata al soffitto.

Dondolava lentamente. Dal foro provocato dallo spuntone gocciolava del sangue che aveva formato un lago qualche metro più sotto, sul pavimento. La bambola era alta forse sei metri, aveva sulla faccia due bottoni al posto degli occhi, e un gran sorriso.

“Ecco. E adesso ditemi cosa faccio.” bisbigliò fra sé e sé la Malvezzi tra irritazione e sgomento. Parlava da sola, come di consueto. Guardò di nuovo la bambola, appesa al soffitto.

“Non hai proprio niente da ridere, sai!” le ruggì contro, vibrando l’indice nodoso e artritico. Poi ebbe una contrazione delle spalle, già di per sé stesse un po’ incassate per la brutta postura. Riconobbe nei vestiti della bambola quelli di un suo alunno.

“Riboldi! Ma certo!” mugugnò. “Le inventa tutte. Adesso ha provato addirittura a morire, per sfuggire al due. Ma la vedremo, la vedremo.”

“Non sono morto” cinguettò con gravame inesorabile Riboldi, muovendo appena la testa di pezza. I bottoni brillavano, verdi.

“Ah, no?” gridò la Malvezzi. “E allora scendi e fatti torchiare per bene. Non hai voti, questo quadrimestre.”

La bambola scosse la grossa testa e ghignò con le labbra, due spessi fili di cotone sanguinolento.

“Va bene! Va bene! Fai come ti pare! Io me ne infischio.” strillò la Malvezzi, e girò i tacchi, furibonda, verso la sala insegnanti, a gran velocità. Non vedeva più niente, davanti a sé, mentre correva; e finì per investire il collega Adam Perkins, che si rovesciò addosso la tazza di cioccolato e il blocco di fogli che andava portando in giro. La Malvezzi mandò un urlo acutissimo e scostò via con uno spintone Perkins, seminascosto in un turbinio di carta volante.

“Ma sei tu! Che ci fai qui?”

“Porto questi fogli in segreteria.” rispose Perkins con tono gelido, non privo di astio.

“E non può farlo Nitti?”

“Non è qui, oggi.”

“La solita avventuretta del fine settimana?” ruggì la Malvezzi. Era lunedì, e il dopo sbronza poteva benissimo essergli durato fino a quella mattinata.

“Non credo che possa più avventurarsi in alcunché.” disse Perkins, tentando di pulirsi, con un certo impaccio, la giacca con una salvietta umida.

“Cioè?”

Perkins rimase a fissarla, come interdetto. Poi disse:

“Vieni, che te lo faccio vedere.”

La prese per un braccio e la condusse in sala insegnanti. Lì la Malvezzi ebbe modo di notare una bambola distesa sulla scrivania, ben vestita, con un gran sorriso sotto gli occhi azzurri e la stoppa bionda dei capelli.

“E questo che diavolo è?”

“Nitti.”

“Lui…?”

“Si.”

“Ma allora non era un trucco. Prima ho visto Riboldi, ed era…”

“Appeso al soffitto. L’ ho visto anch’io, quando sono entrato.”

“E che aspettavi a dirmelo?”

“Non me ne hai dato il tempo.”

“Ecco! Lo vedi come siamo conciati. Dovevo interrogarlo da mesi.”

“Temo che la faccenda sia più grave. Metà del corpo insegnante è ridotto a scheletri di pezza alti tre metri ciascuno, e almeno da due giorni a questa parte.”

“Avvertiamo il preside.”

“È morto.”

“È diventato anche lui bambola?”

“No, è proprio morto, in senso letterale. Non ti ricordi? Gli studenti durante l’occupazione di quest’ultima settimana lo hanno incontrato che girava per i corridoi e Peratti gli ha segato la gola con i denti.”

“Ricordo Peratti. Ha molta rabbia dentro, quel ragazzo.”

“Vero. Quanta ne avrebbero i suoi assistenti sociali, se fossero vivi. Comunque è successo ormai tre giorni fa. C’è ancora il cadavere vicino al porticato. Lo puoi vedere dalla finestra.”

La Malvezzi si sporse dal finestrone intarsiato della sala insegnanti.

“Oddio, hai ragione. È lì. Ma fa schifo. Telefoniamo a qualcuno perché lo portino via.”

“Non si può. I nostri ex-studenti bocciati ci hanno tagliato i fili per vendetta e hanno nascosto delle trappole vicino al quadro elettrico del primo piano. Ieri la Borghini è finita decapitata da una lastra di vetro, dopo aver provato a ripararlo.”

La Malvezzi guardò Perkins.

“E me lo dici con tanta tranquillità?”

Perkins aggrottò le sopracciglia.

“Come te lo dovrei dire?”

“E che ne so, esprimi qualche emozione. Commuoviti.”

“Servirebbe a qualcosa?”

La Malvezzi si voltò, dimenticandosi di tutta la conversazione precedente.

Perkins uscì dalla sala insegnanti, tenendo dietro alla collega, con passo incerto. Per gli atri deserti rimbombavano pochi sussurri, in una quiete altissima. Molti altri studenti non c’erano più, nelle classi. La Malvezzi, sconcertata, continuò a setacciare le aule assieme a Perkins, finchè capitarono in una stanzetta stretta e cadente. Perkins entrò; uscì dopo pochi secondi e condusse stancamente la Malvezzi davanti al banco a destra della porta della stanzetta. Due minuti prima c’era un alunno: lo avevano sentito parlare e ridere, quando ancora erano lontani, nel corridoio. Ora al suo posto c’era una bambola alta quanto lui, coi colori che aveva lui, con l’espressione che aveva lui, ma muta. Fu dato ai due insegnanti di percepire, come una ventata carica di strane spezie, il profondo inerte dolore che ruggiva fuori dalla bambola sorridente.

sabato 22 novembre 2008

Aiuto.

A rileggere certi miei lavori si intuisce un gigantesco investimento narcisistico sui medesimi. I miei eroi mi somigliano fin troppo - cioè: incarnano i miei desideri più antisociali e vergognosi - che non sono più tali se proiettati nei contesti fantastici e deliranti in cui li calo. 

Sono personaggi di per sé potenti e pieni di risorse, come vorrei essere io: Leviathan è un semidio, Serse un imperatore, Michael un arcangelo, Arkham un pezzo grosso dell'esercito, Nembrotte un gigante. Se non ce le hanno nei fatti, ce le avrebbero in potenza: Robert e Adeline potrebbero essere due grandi artisti; Adam Perkins semplicemente è umano, il disadattato è potenzialmente non umano - in contesti che premiano l'ideale opposto; l'aspirante scrittore è in grado di imparare costantemente dai suoi errori. Anche quando sono apparentemente sbagliati rispetto al contesto, in realtà è il contesto che ha qualcosa che non va.

Sono perlopiù vittime innocenti, come vorrei essere io; quando muoiono, la loro morte è già annunciata all'inizio, e se non muoiono, vanno comunque incontro a una vera e propria passione. Leviathan muore senza meritarselo; Arkham è stato divorato vivo dai suoi sensi di colpa; Nembrotte cerca Dio senza nessun aiuto, e non lo trova; Serse è stato distrutto da suo padre, e impazzisce senza mai, mai venire capito veramente; Michael rischierà di morire per i suoi ideali; Adam Perkins viene relegato ai margini della società; il disadattato cambierà mondo per inadeguatezza; l'aspirante scrittore soffrirà come una bestia per tutta la vita.

Infine, sono soli, come spesso mi sento io. Soli come Leviathan, che negli amici più cari non trova che un conforto temporaneo; come Michael, abbandonato con Belial dai suoi fratelli; come Serse, incompreso da tutti; come Nembrotte, abbandonato da Dio; Adam Perkins non è in grado di rapportarsi se non con mostri, animali o spiriti; il disadattato non sa farsi amare da nessuno, essendo sgradevole di suo; Arkham, nessuno ha idea di cosa gli sia successo e nessuno ha interesse a chiederglielo; l'aspirante scrittore ha vissuto anni e anni completamente solo, e cerca solidarietà nei suoi colleghi, senza trovarla.

Si, è bello che io ci metta del mio, nei miei lavori. Ma tutto questo è un po' triste.

venerdì 21 novembre 2008

Ripetizioni

[mentre do ripetizioni]

M - (traduce una riga) ...si, ecco... Augusto ebbe da... Giulia... uh...
G -  Si?
M - Nepotes...
G - Tres nepotes, Marta.
M - Ah! Tre nipoti.
G - Si, Qui Quo e Qua.
M - Si. (e fa per scriverlo)
G - ...ma no, Marta, scherzavo. Non erano Qui Quo e Qua.
M - (fa una pausa, poi realizza) Ah! Si.

[i miei bimbi di ripetizioni non colgono il mio umorismo. Oppure sono io che non imbrocco una battuta neanche a piangere, ed è grave, perché non ho quarant'anni più di loro. Sigh.]

giovedì 20 novembre 2008

Oloferne

Terribile d'aspetto,
barbaro di costumi,
O conta sè fra i Numi,
O Nume alcun non ha.

Fasto, furor, dispetto
Sempre dagli occhi spira;
E quanto è pronto all'ira
E' tardo alla pietà.


Via, non vorremo negare al Metastasio un minimo di abilità di caratterista. Non si poteva essere più sintetici.

mercoledì 19 novembre 2008

Raaagh.

[durante un seminario. Non sono ancora perfettamente sveglio.]

DOTTOR G.  E questo è quanto sull'attribuzione del trattato. Bene, ora passiamo a cose meno noiose...

[Giulio resta fermo immobile. Fissa il dottor G.]

[Nella testa di Giulio:

...

...

...NOOOOOOO! NON SONO NOIOSEEEEEE! DIMMELE! DIMMELE! DIMMELE LO STESSOOOOOOO! INSEGNAMI IL TUO MESTIEREEEEEEE! VOGLIO FARE IL FILOLOGOOOOO, DIO BONO, LO VOGLIOOOOOOOO! DATEMI UN CAZZO DI LAVORO, VOGLIO FARE IL VOSTRO MESTIEREEEEEE!!! RARAGSRRRRAAAAAGH!!! FILOLOGIAAAAA! RAAAAAAAAAAAAA RAGAHAGARTSH AHATSHAHJA JHASGHSJAJA]

DOTTOR G.  ...Voleva fare qualche domanda, Giulio? Ho visto che mi guardava.
GIULIO  No, scusi. Ci ho ripensato.