mercoledì 18 novembre 2009

Forse

la massima aspirazione di alcuni

(di me?)

potrebbe - dovrebbe? - essere non la felicità, ma una teporosa serenità,

quale può sorgere nel vedere che sono finalmente inscritto nell'ordine delle cose

(so stare in società
rido
faccio battute divertenti
parlo
pure in inglese
le inglesine hanno capito la mia battuta
altri vengono detti timidi e io no
mi informo delle cose degli altri
e informo gli altri delle mie cose
e faccio pure finta che questo balletto mi interessi
non ridete, è da quando avevo sei anni che non succede che io sia funzionale al gruppo)

che sono diventato un ingranaggio funzionante.

martedì 17 novembre 2009

Esistere

Per farmi sentire meglio, una volta una ragazzina mi scrisse: "Smettila di preoccuparti per il tal problema: non finirò mai di ripeterti che chi ti vuol bene lo fa indipendentemente dai tuoi risultati scolastici".

Dio, che stronzata.

Eravamo adolescenti. Lo psicologo probabilmente le aveva detto che noi valiamo per quello che siamo e blabla, e lei si sentiva in dovere di ripetermelo. Come spiegarle che all'epoca, proprio perché ero solo quello che ero, nessuno mi voleva bene? Che venti quindicenni avrebbero volentieri leccato per terra davanti a me, se solo avessi avuto un premio o un riconoscimento da chi sentivano essere il potere?

Questo forse andava troppo in là per la sua testa, o per la tiepidità del suo affetto, o per la paura di sembrare fredda - il che la faceva diventare tiepida con chi non le interessava davvero, come me. Ma come sento la falsità di quest'affermazione adesso. Ora molti (scusate, scusate, un certo numero di persone) mi vogliono bene; ma chi può veramente dire chi sono, o aspettarsi quello che farò, se ancora non ho scritto nulla di rilevante?

Finché non ho il mio nome nella vetrina di una libreria, sono muto. E potrei anche morirci, da muto. Al diavolo i sentimentalismi. Una persona è quello che desidera essere, e io voglio essere quello, e finché non lo sono, non sono. Va messo in conto che io non ci riesca perché non sono capace. Ma signori miei, io non sono io, io non sono amato e non mi amo veramente, finché non posso sbattere in faccia ad amici e nemici una fottuta locandina con il mio nome, e un dramma che ho tenuto per mano mentre nasceva. Allora chi sbava dietro all'Ila si dirà: "Forse non dovevo sfotterlo tanto". Chi mi ha onorato con un "Massì, c'è una scintilla", potrò bruciarlo vivo. Tutti i consigli - "Investi sui particolari", " Parla delle persone", "Parla di te", "Forse non hai ancora capito cosa scrivere" - con che sonora pernacchia li potrò dimenticare per sempre.

Una persona è un'ombra. Cosa è l'intimità? Cos'è il carattere? Nessuna di queste cose dice chi sono meglio di Leviathan. Leviathan risolve tanti problemi. Io personalmente, al massimo li creo. Non avrò mai vera stima di me, senza riconoscimento: e in società mi sentirò l'ultimo della fila, si tratti di galvanine cremose, guittacci minghettiani, pianisti Narcisi, ingegneri superomisti, legulei che viaggiamo che più viaggio non si può, Hap Collins, cortesi cristiani condominiali o drogati fascistoidi riemersi dalle medie - Dio, quant'è folto il mio povero piccolo cranio.

Nessuno pretenda di conoscermi, se non mi ha letto. Lì sono io. Quella è la mia parte bella. Quella deve vivere. Io fornisco solo il supporto biologico per la sua autopropagazione, e se la mia vita si è prolungata tanto da farmi mettere in scena dicembre scorso, allora si: io proclamo che ho vissuto, e che non ho vissuto invano, perché ho fatto - sono stato - ciò - che - sono.

giovedì 12 novembre 2009

Punti di vista.

[un'amabile, assolata pianura, con fiume annesso, in Canada. 85 milioni di anni fa]

Fin da quando ero piccolo, mi sono accorto che mia madre, quando ci avvicinavamo - io e i miei cinque fratellini e sorelline - ad un fiume o ad un laghetto, cominciava a comportarsi in modo strano. Abbassava la testa, e la sporgeva in avanti, annusando l'aria; non emetteva più un suono non necessario; non sembrava far più caso ai nostri schiamazzi (noi, poi, per soggezione, stavamo tutti zitti e la imitavamo); e il piede a tre dita poggiava sul terreno con tutta la delicatezza che le sue due tonnellate le permettevano.

Quando sono rimasto solo a provvedere a me stesso, ho capito perché lo faceva. Almeno una volta al giorno, ogni animale deve andare a bere. E c'è una possibilità abbastanza forte che un predatore incontri una preda, quando si reca al fiume più vicino. Quindi, se la preda c'è, e se uno ha fame, è meglio non farle capire che stai arrivando. Non che non sappia correre, ma non è che mi diverta più di tanto.



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Fin da quando ero piccola, mi sono accorta che mia madre e mio padre, quando ci portavano - me e i miei quindici fratellini e sorelline - a bere al fiume, cominciavano a comportarsi in modo strano. Mentre noi esserini stavamo in riva al fiume a bere, i nostri genitori si mettevano uno dietro di noi (sulla terraferma), e uno davanti a noi (coi piedi a mollo). Così, se arrivava un coccodrillo, prendeva mamma - e papà fuggiva con noi a terra; se arrivava un predatore, prendeva papà - e mamma ci portava con lei a sguazzare nell'acqua alta, finché il predatore non se ne andava. In entrambi i casi, ci sarebbe rimasto un genitore - il che è più di quanto un dinosauro possa sperare, nella maggior parte dei casi. Finché fui cucciola, non fummo attaccati mentre bevevamo, se non tre o quattro volte; e tutte le volte mio babbo riuscì a fuggire perché aveva il naso fino, o mia madre riuscì a darsela a gambe (le aveva così snelle!).


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Così, stamattina, mentre mi avvicinavo al fiume, ho messo in pratica l'insegnamento di mamma - anche perché non mangio da ieri l'altro. Mi aiuta il fatto che la foresta dove passo le notti in sicurezza (ancora non ho trovato un branco di miei simili) confina proprio con un fiume. E allora, falcata dopo falcata, mi avvicino in silenzio... tiè: un adrosauro che contempla l'orizzonte mentre beve. Manco a farlo apposta. Ancora una decina di metri ed è mio.

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Insomma, la morale è che non si è mai del tutto sicuri quando si scende a prender su dell'acqua. Questo io l'ho capito, e così quando bevo ho sempre il cervello in ebollizione per capire cosa mi stanno dicendo i sensi. Se nell'acqua scorgo il profilo di un coccodrillo, la mossa migliore è buttarsi verso terra - ma guai se inciampi, sei già morta; se invece, da dietro, qualcuno mi corre addosso, tuffarsi ha senso. Non conosco un carnivoro che sappia nuotare bene.

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Pff. Ti pareva. Quel coso verdastro che respira piano, stai a vedere che è un coccodrillo... e infatti. E infatti. Vabbè, piccolo com'è, fa più ridere che altro. Purché stia fermo... Forse non mi vede... Magari dorme... no, un accidenti, è sveglio... Forse se sto immobile... Venisse un fulmine... Ma quando c'è bisogno, mai... No... non aprire l'occhio... non guardarmi... non spaventarti... non fuggire... non fare casi - MA PUTT -!

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Ops! E questo rumore, cos'era? Come di un animale che fuggisse schizzando acqua... qui è pieno di stagni... Povera me, questa foresta dietro è fin troppo fitta e - AH! L'ho visto! Dio che denti! E' ora di farsi una nuotata, ragazza mia!

(la Nostra si tuffa. Il Nostro ringhia.)

domenica 8 novembre 2009

Cahier des doléances

In cima alla catena alimentare?

Ma 'sti cazzi.

Non che io voglia farne una questione. Ma non è certo colpa mia se nel bel mezzo della valle dove abito ci sono questi acquitrini. Qualche generazione fa il fiume ha avuto un momento un po' così e ha debordato in meandri e laghetti, e tutt'intorno è venuta su una foresta che mi tocca attraversare, se voglio arrivare da dove dormo - in collina, dove la notte è un po' più fresca - alla grande piana dove passano le mandrie degli erbivori - e dove, più che altro, scorre il fiume. Non so se ho menzionato il fatto che vado matto per il pesce. E qui non girano erbivori miti o facili da catturare, tutt'altro - se non fosse per la mia stazza, ricordo un paio di occasioni in cui avrei avuto seri guai a fronteggiare, che ne so, una madre furibonda (che chissà come mi ha sentito mentre scavavo la terra del suo nido) o un giovane collo-lungo, leggero quaranta tonnellate, in vena di facezie. Insomma, la mattina mi sveglio e scendo a procurarmi il cibo - e lo faccio da diverse stagioni; cioè, da quando mia madre mi ha fatto capire a ruggiti che non era più il caso di chieder carne a lei.

Una bella mattina, col sole che sfavillava in un angolino del cielo e l'acqua chioccolava serenamente nella vallata, me ne andavo con flemma verso una mandria di quelli che spesso passano di qui (tendenzialmente perché ci vivono), non tanto grandi e non molto difesi (purché io stia attento a quel terrificante sperone che hanno al posto del pollice: un mio cugino ci ha perso un occhio), perché speravo di beccare qualche animale vecchio o malato che rimanesse indietro. Erano in marcia proprio dall'altra parte di un vasto laghetto, non più profondo della mia tibia. Tenendomi sottovento, senza fare chiasso, comincio ad attraversare le acque, quand'ecco che


Ho cacciato un urlo. Credo di aver fracassato i timpani di parecchi animali nelle vicinanze, perché dopo un balzo della miseria - l'unica cosa che sono riuscito a fare, e sono pure cascato per terra schizzando ovunque - ho sentito grida di proteste per ore. 

Quel coso coi denti mi fissava. Non credo volesse mangiarmi. Dovevo averlo disturbato. Quel che mi frustra terribilmente è che non mi ero nemmeno accorto che lui c'era, e poteva spezzarmi in due con quella bocca orrenda.

E' più grande di me, ha più forza di me, è veloce quanto me, e anche se forse è meno intelligente, sa stare nascosto meglio di me. Non avrei avuto scampo. Gli ho agitato davanti gli enormi artigli che ho sulle mani, e ha sibilato. Ho ringhiato, e ha sibilato - e mi è venuto più vicino. Era troppo. Con finta calma ho arretrato fino alla terra asciutta, e mi sono diretto verso la foresta, a meditare un'elaborata strageg - si, si. Ok. A nascondermi, va bene. 

(Antipatici.)

Si è piazzato a prendere il sole a pochi metri da me. Non sono più riuscito ad avvicinarmi. Il bello è che non sta solo lì, ma vaga tutto il giorno per i meandri della valle, rendendo le mie traversate duecento volte più pericolose, perché per capire dov'è devo tendere al massimo i miei sensi, e questo non è utile se stai facendo la posta ad un ornitopode, indifeso quanto vuoi, ma che ci vede e ci sente benissimo. Mi spaventa le prede,


è un pericolo per i piccoli predatori che vagabondano,



e poi, non so. Ha come un'aria da fottuto imperatore. Come se qui comandasse lui. Le mandrie di erbivori hanno perso degli elementi, a causa sua, e ora vanno a bere solo in fitti gruppi, il più in fretta possibile. Una volta, pur di bere in un punto dove sapevano che lui non c'era, mi sono passati a due passi di distanza. Non avevano più paura di me - o almeno, non tanta quanta ne avevano di lui, e - scusate, eh - ma fino a una generazione fa ero io - IO - il predatore più grosso e più pericoloso della zona! Non quel... quel... quel soprammobile con le squame!


E poi - non sto delirando - sono convinto che mi abbia preso di mira. L'altra notte ho pescato un grosso pesce, infilzandolo con l'artiglio enorme del mio pollice (sono bravo a pescare), e me ne stavo tornando verso la foresta, quando ho sentito come uno sciacquìo e delle bollicine che salivano a pelo d'acqua. Mi sono voltato col pesce in bocca, e chi ho visto?


Lui. O lei, non so. Non li distinguo.

Tutto questo per ribadire il fatto che uno dice tanto 'i dinosauri di qua, i dinosauri di là', ma le mie idee su chi c'è davvero al vertice della catena alimentare sono, diciamo, un po' cambiate rispetto a prima. Si, dico, sono quasi finito in bocca ad un coccodrillo. Sono esperienze che ti aprono gli occhi.

venerdì 6 novembre 2009

I chiodi


[sembra ormai abbastanza chiaro che il cervello dei dinosauri, dal più complesso al più semplice, assomigliava ad un complesso di interruttori della luce. Sugli interruttori c'erano etichette quali cibo, difesa, amore, cuccioli, rivale, panico e via così. Funzionava solo un interruttore alla volta, se provocato da un evento esterno. La vista di un predatore spegneva l'interruttore del momento e attivava quello della difesa; allorché il predatore cessava di essere una minaccia agli occhi dell'animale, l'interruttore difesa si spegneva e in pochi secondi l'animale tornava alle sue occupazioni precedenti, senza ricordare cosa era appena successo.]

Dove?

Cosa -

(Sono stato io?)

Presto, prima che -

prima che -

Non lo vedo, quell'ossesso coi denti che rantola e sbatacchia a terra la coda e la zampa posteriore destra - quella che non gli ho ridotto in pappa. Non lo vedo, perché ho due occhi che è come non averli - a distanza di una testa da me, è tutto maledettamente sfocato. 

Vero, non ne ho bisogno. Non ho bisogno di tante cose. Se non vedo il cibo, ci pensa il naso a trovarmelo - tira la mia bocca verso le piante non velenose, mi ficca il muso nel fango per strappar via le radici. Il mio naso adora certi germogli che crescono al centro della sterpaglia più fitta, e spesso e volentieri trascina la mia tonnellata nel bel mezzo di un groviglio di erbacce che i miei spuntoni strappano e si portano dietro per chilometri. Mai una volta che io abbia saputo cosa c'è sopra a quel fittume di verde. Si, bè, i tronchi li vedo - quando sono a due centimetri da loro. Giusto per non sbatterci contro - e vabbè che cammino piano, però peso.


Si, posso guardare in faccia un mio simile - è l'unico che nella zona sia alto come me, cioè alto come la terra. Sono i miei chiodi, i nostri chiodi - quelli che ci tengono a terra la faccia.


E io devo ricordare. Non ricordo quasi nulla. Sento che sto per dimenticare tutto. Sento l'odore dell'acqua, ho sete - avevo sete prima di... di quello che è successo, e adesso la sete torna, e dice che devo pensare solo a lei - e nella mia piccola testa, una piccola cosa sta lentamente tornando al problema numero uno.

Ma cos'era il due? Cosa - l'ossesso. L'ossesso fa rumore. Sento anche il suo odore, è umido e aspro, è l'odore che mi fa paura, sta lì, fisso nel mio istinto, e ogni volta che lo sento ricordo -

Ero uscito dalla foresta - avevo sete. E' il momento in cui tutto è secco, e dopo aver bevuto cerco tuberi sulle rive del fiume. Così ad un certo punto non c'erano più alberi, ma non ci facevo caso, perché andavo dritto verso l'acqua - non la vedevo, ma sapevo benissimo che c'era, era lì che mormorava dietro la duna. L'ossesso era lì pure lui; non so da quanto, non so se passava per caso, non so se mi seguiva e non so da quanto mi seguisse. In cima alla duna, ho sentito il suo odore - e nella mia piccola testa è esplosa una scarica. La mia coda si è mossa da sola, un colpo dopo l'altro, lateralmente, con furia. L'ossesso ha ruggito, è corso verso di me. Neanche lui l'ho visto, ho stirato il collo, ma vedevo solo una forma confusa e il triangolo dei denti - la mia coda continuava a muoversi da sola, i muscoli alla base oscillavano come pietre - ma l'ossesso era alto sopra di me, e lui mi vedeva benissimo. Non so quanto tempo è passato mentre ripetevamo la danza della morte - lui veniva, io urlavo, la coda si muoveva, lui spesso tirava un calcio alla mia pancia dove non ho la corazza - una piccola falce mi torturava scavando piccoli fulmini nella curva del ventre. Ero rauco, capivo solo che l'ossesso doveva andare dietro - dietro, dovevo far andare dietro l'ossesso - ma questa piccola cosa nella mia piccola testa non capiva come fargli fare una cosa così semplice. Poi l'ossesso ha saltato, ha sbagliato, è atterrato sui pugnali che ho sul dorso; la carne della gamba era calda - e il fragore dell'osso troncato di netto è andato perso per le nostre grida.

L'ossesso è lì. Non mi minaccia più. E' sdraiato, schizza sangue, ruggisce e mi guarda con due grandi occhi color dell'ambra. Mi vede, nitido, ottuso, che lo guardo senza vederlo - ma so che c'è - sento la terra che trema per i colpi dell'osso esposto e l'odore acre del sangue.

Ecco, così è andata. Ma la piccola cosa nella mia piccola testa ascolta il mio naso, le mie orecchie, i miei occhi - sa che nessuno mi disturba più - l'interruttore, guardo l'ossesso e tento di tenerlo acceso - ma si spegne, non devo più difendermi, si spegne piano nel buio della mia piccola testa - io dimentico - ho sete - ho sete - i nostri chiodi, i miei chiodi stanno tornando, il martello nella mia piccola testa mi sta reinchiodando a terra -

e l'ossesso, e tutto questo - è successo centinaia di volte. Perché sono vecchio, ormai. I resti della scarica che galleggiano nella mia piccola testa - il mio sangue che scalda la curva del ventre - il rumore del corpo dell'ossesso che cade a terra, il silenzio che torna sul gigante che muore - in questi attimi



ricordo

venerdì 25 settembre 2009

Vi è mai venuto in mente

che potremmo dividere la vita umana in decadi?

Nella prima decade, non si è niente - niente di diverso dall'essere completamente inappropriati in qualsiasi situazione, sia che ti levino l'infanzia (e allora Dio ci salvi dall'adulto che diventerai) sia che te la lascino (e Dio ci salvi dal bambino che sei).

Nella seconda decade, si picchia, si tira, si schiaccia, si succhia e si prende a calci qualsiasi cosa nei dintorni - purché non si arrivi mai a conoscerla.

Nella terza decade, si fa finta di aver capito, si diventa schizofrenici nel trattare con le ragazze (a lei diciamo che ci teniamo, all'amico diciamo che non ci teniamo, e mentiamo ad entrambi e ad entrambi diciamo il vero); si cerca disperatamente di condividere cose con gli altri; e si passa il tempo a rimpiangere la seconda decade - o a resuscitarla, tra pena ed umiliazione.

Nella quarta decade, si tenta di fare qualcosa, ma ogni sforzo, anche buono, viene interrotto dal fatto che la vita andrebbe presa più come viene, non bisogna essere troppo seri. Questa decade vede le brutture delle prime tre diventare normalità.

Nella quinta decade, i figli ci insegnano che le nostre prime cinque decadi sono passate invano, e soprattutto ci insegnano che possiamo odiare virtualmente ogni cosa. Il lavoro, poi, non fa che ricordarci che la gente che è ancora nella seconda decade starebbe davvero bene al nostro posto.

Nella sesta decade, tutto sembra davvero finire.

Dalla settima decade, ci si comincia a dividere tra quelli che odiano la compagnia delle persone nella seconda decade, e la gente che afferma invece di amarla alla follia - forse per eccessiva coscienza di sé.

All'ottava decade non tutti arrivano. Gli organismi iniziano a disfarsi, ma il disfacimento dello spirito è più spettacolare - e come tutti i veri spettacoli, richiede un altissimo prezzo per essere visto.

La nona decade ci regala un bastone tremolante, due occhi strabuzzati e continue proteste perché le altre persone sembrano più assurde e volgari ogni secondo che passa.

Durante la decima decade, per i pochi fortunati che ci arriveranno, si prospettano seri problemi di comunicazione ed un sicuro trafiletto sul giornale in occasione del compleanno o di un anniversario di matrimonio.

[stasera mi gira male. Mi sono illuminato di buio.]


lunedì 24 agosto 2009

Ho finito "Mansfield Park"

e un senso di amarezza e di enigma è tutto quello che riesco a decifrare.


Cosa è successo? Dove sono finite l'arguzia, l'impertinenza, la rapidità, la gioia? Questa bambina, Fanny Price, venduta da una madre povera alla sorella ricca, trattata come un oggetto - schiavo poco meno superiore ad un bravo animale da compagnia - da quale tristezza è nata? Da dove vengono i matrimoni falliti, i padri generosi ma viziati dall'avidità e dal rispetto - e incapaci di comunicare, e gli ombrosi elogi all'amore fraterno - unico vero amore sulla Terra?

Ho cercato Maria Bertram, l'antenata di Emma Bovary, di Lady Chatterley e di Tony Buddenbrook: l'adultera. Il suo strazio non si slabbra in lamenti e pianti: Maria Bertram ha tutto dentro di sé, e niente ne esce fuori. Le occorrono solo pochi minuti, se qualcuno tenta di scovare i suoi veri sentimenti, per bloccare tutto e ricomporsi al meglio. E' una macchina di riserbo e di strade sbagliate.

A chi potrebbe confidare che ama Mr Crawford?

A lui? Si, probabile: ci sta provando da mesi, ed è sveglio come mai nessuno nella sua vita. Ma Maria non può parlare. Proibito, per una donna, essere propositiva. Per carità! Può solo incoraggiarlo, e sperare, e non sapere, fino ad una domanda di matrimonio che non verrà mai.

Al suo fidanzato, Mr Rushworth? Ma per il suo fidanzato Maria non ha che indifferenza: ci si è messa per le sue dodicimila l'anno e la tenuta di Sotherton, pilotata da sua zia Mrs Norris; ma l'ha sempre, dentro di sè, disprezzato - è un cretino schiavo della madre e virtualmente incapace di avere un'opinione.

A suo padre Sir Thomas Bertram, che l'ha già capito benissimo? Ma suo padre le mette paura. La ama, ma non le ha mai sorriso. Le sue parole sono di cartapesta: Maria non gli crede, non sa chi é, vede solo la sua severa compostezza. Sono troppo lontani.

A sua zia Mrs Norris? Ma no, Mrs Norris ha combinato l'unione con Mr Rushworth e Maria ha pure detto si. Mrs Norris la adula da quando è piccola - è pur sempre la figlia maggiore di un baronetto: ma con Mrs Norris non c'è dialogo. Si può solo vedere mentre si occupa di mille cose inutili, corre da un capo all'altro della casa, e fa mostra di un mostruoso egoismo spacciandolo per la più cieca generosità.

A sua madre, Lady Bertram? No. Dorme venti ore al giorno, e le restanti gioca col suo cane.

A sua sorella Julia? No, Mr Crawford civetta anche con lei, e le due sorelle si odiano.

A Thomas, suo fratello? Non si conoscono.

A Edmund, l'altro suo fratello? Per carità, le farebbe una morale lunga da qui alle Ebridi.

A Fanny, sua cugina? Naa, non è nessuno.

A sé stessa?

No. Maria Bertram è la figlia maggiore di diecimila sterline l'anno, e ha voluto e vuole averne dodicimila con un matrimonio vantaggioso e rispettabile. Lo voleva prima di Mr Crawford, e lo vuole anche dopo Mr Crawford. Il futuro marito, cos'è? Un oggettino da sopportare - prima di Mr Crawford; un fantoccio da disprezzare, dopo Mr Crawford. Ma per Maria, sè stessa - il denaro - il potere - vengono prima di ogni altra cosa. Mrs Norris non fa che ripeterle che è la ragazza più bella, più ricca, più intelligente dell'universo. La vanità e l'avidità non verranno tradite.

Sei mesi di matrimonio, e Maria Rushworth se la dà a gambe con Mr Crawford. Che non la sposa - perché non la ama, ci ha solo giocato - e la pianta. 

Maria Rushworth non comparirà mai più in società per tutto il resto della sua vita.

Fanny, silenziosa e passiva, osservava: Fanny aveva già capito tutto. Fanny l'avrebbe detto volentieri, a sua cugina, che la capiva, che non voleva che si sposasse con un uomo che non amava. Ma Maria Bertram è la figlia di un baronetto. Non si parla con le cugine povere.

Anche quando costa la vita.

mercoledì 5 agosto 2009

Ho finito "Northanger Abbey"


ed è forse il più leggibile, oggi, dei suoi romanzi. E' davvero una situazione che potrebbe ripresentarsi, oggi, in qualunque momento: al mondo ci sono pochi mr. Darcy, ma metà delle ragazze che ho conosciuto nella mia vita erano Isabelle Thorpe, e anche parecchi ragazzi dentro di loro sono dei John Thorpe. Giusto le Catherine cominciano a scarseggiare, perché questi sono tempi in cui bisogna sapere tutto subito.

Ma stavolta non mi sono messo a scalpitare seguendo l'adorabile capitombolare della giovane Catherine da una disavventura all'altra. Questa volta mi sono messo a guardare Eleanor Tilney

I personaggi secondari, in Jane - soprattutto quelli che dovrebbero fare da contraltare all'eroina - sono molto interessanti, ma anche molto ben nascosti. Se uno vuole andare a cercare Jane Fairfax, Louisa Musgrove, Jane Bennett, Maria Bertram, deve scavare per bene nell'intrico delle frasi, perché questi personaggi parlano poco. Tutto in loro è significato dalle azioni e dagli sguardi; tutto si compie sullo sfondo.

Così, ho pensato ad una ragazza di tredici anni che perde sua madre all'improvviso - torna a casa un giorno, dopo un viaggio, e scopre che è morta. Le rimane un fratello, la sua unica gioia, e un padre terribile, che quando tuona il suo "Eleanor!" da un chilometro di distanza, tutti i muri rimbombano, e lei diventa pallida e respira forte e corre da lui. Un padre che, quando c'è, semplicemente uccide tutto quello che gli sta attorno, come un velo di piombo, e strappa da sua figlia ogni vitalità e gioia. Decisamente, i padri di Jane Austen non ci fanno quasi mai una bella figura - e questo è strano, perché il babbo di Jane doveva essere uno dei pochi veri confidenti di lei. Ma evidentemente una cosa è la famiglia di Jane e una cosa è la vita di una donna in quest'Inghilterra qui.

C'è un momento - un momento perfetto - dove si intravede, senza parole, senza riflettori, una vita di silenziosa sopportazione. Mentre Catherine sta parlando del matrimonio di un figlio del generale Tilney, fa notare ad Eleanor ed Henry, i figli del generale, di come il loro babbo non faccia altro che ripetere che a lui il denaro non interessa, e che non ostacolerebbe mai la felicità dei figli per questioni economiche.

E mentre lei parla, Henry ed Eleanor semplicemente si scambiano uno sguardo.

Non se ne è accorto nessuno, tranne noi. Una riga di scrittura, e questi due fratelli ci si spalancano davanti, soli, tristemente consci delle balle atroci che proferisce il genitore, silenziosamente complici nel volergli bene, nel soffrire per la sua cattiveria, nel proteggerlo dalla cattiva reputazione (non smentiscono Catherine) -

- e nel vergognarsi profondamente di lui.

sabato 1 agosto 2009

Ora che so cos'è viaggiare

ecco alcuni posti dove vorrei andare, prima che la pigrizia e la paura vincano la loro ultima battaglia. L'isola di Komodo:


La Terra di Arnhem:



Il Mato Grosso:



L'Islanda:



La Nuova Zelanda:



La Mongolia:



Lo Zaire:



Le Azzorre:


Accetto volentieri compagnie di ogni sorta. Vi affido la responsabilità della memoria.

venerdì 31 luglio 2009

Guardare gli altri

Si ascolta musica perché ci piace, perché ci rilassa, o ci ricordiamo di qualcosa, o tante altre cose; e io non sono da meno. Anzi, posso dire con franchezza che senza la musica - ascoltata e, di tanto in tanto, eseguita - la mia immaginazione - il motore delle mie storie - girerebbe con molta più lentezza. Dentro l'ultimo movimento del terzo Brandeburghese ci sono così tante vicende. Tanti mondi dove posso stare, che non sono questo.

Direte: "Sarai felice, ascoltando la musica. E' il regno della non-competizione. Se non lo fossi, mi sembreresti un po' cretino".

Ecco. Giusto.

Non faccio in tempo a godere di una dimensione del mondo, che quello mi si allarga sotto i piedi e di nuovo non ci funziono più dentro. Ero pronto a dichiarare che la musica mi rendeva felice, quando ho scoperto che senza due anni di armonia non ci si può capire veramente nulla. Gli aggettivi che uso per descriverla e le immagini che ne ricavo sono cartapesta, nascono su qualcosa che non esiste, è incognito. Ci vuole l'armonia. Che faccio? La imparo? Ma non ne ho il tempo - cioè, l'avrei, ma al momento ci sarebbero due o tre cosette che mi prendono un tantino di più - e tira in qua, tira in là, mi partono i complessi ogni volta che vado a rintanarmi alla Sinfonica.

"Ecco, senti? E' andato in minore, poi primo grado... quarto... quinto... di nuovo primo... e poi cadenza ad inganno, sai Giulio? ...Ma tu, ovviamente, non te ne sei accorto, vero?"

- "Dominante della tal nota."
IO: Aspetta... fa... sol... la..."
- "SI! Non LA! Due toni, DUEEEEE!"
- "Come, non sai queste cose?..."
- "Mmm, che nervi quando stoni."
- "E' normale, non hai orecchio..."

E' una specie di mania di persecuzione. Dopo essere uscito da un concerto in cui i miei soliti amici mi hanno esaltato ghignando tutti i passaggi e le tecniche del compositore, mi sento tanto piccolo che perfino il chitarrista che chiede l'elemosina mi sembra che mi fissi e dica: "Ma non te ne accorgi? E' un giro di do." E me lo suona sei, sette volte, enfatizzandolo, con un'aria scandalizzata.

domenica 26 luglio 2009

Esasperazione

Passando per Pàvana, un paese dell'Appennino costruito in pratica su una curva in pendenza sopra un torrente, circondato da foreste che farebbero vergognare lo strato di giungla che mugghia sullo Zaire - solleticato ormai da anni da idee che mi traboccando dal coperchio del cervello e sfumazzano bestemmiando in giro - mi sono detto:

Insomma.

Ma se Ionesco ha scritto un dramma in cui i rinoceronti invadono il mondo.

E vabbè che è un'allegoria dell'ascesa del nazismo.

...ma potrò io scrivere un accidenti di dramma in cui un paesino in mezzo alla foresta viene invaso dagli Anatotitan?

Poi mi è passata.

[ci sarà una giustizia, qui o altrove]

martedì 14 luglio 2009

Motti

Ho ideato il mio nuovo motto. Sarà:

Ove possibile, Eccellenza.

Giusta mediazione tra la mia smania di protagonismo ad ogni costo e l'umiltà imparato l'altroieri, mentre avevo da ridire con la vita.

mercoledì 8 luglio 2009

Elegia dell'eternità

[da qualche parte, nelle immediate vicinanze del Sole.]

SOLE (seccato) Non va.


E' cominciato il mio ciclo di macchie solari e non mi riesce di emettere la mia facola. Qualcosa me la sporca mentre si innalza. Se almeno queste vocine stessero zitte un po'.
MERCURIO  Non sono le vocine a fermarti. Sono io, con la mia massa.
SOLE  Io chi?
MERCURIO  Io. Il primo pianeta del tuo corteggio.
SOLE  Ah si? E dove sei?
MERCURIO  Te lo indico, tiè:


SOLE (se ne accorge) Aaaaah. Sei .
MERCURIO  Essì.
SOLE (con naturalezza) Sei così brutto e piccolo.
MERCURIO (calmo) Questione di gusti.
SOLE  Tu pensi di essere brutto?
MERCURIO (spento) Anche se lo pensassi, non me ne importerebbe granché.
SOLE  Sei strano.
MERCURIO  Per te, ogni cosa è strana.
SOLE  Perché mi impedisci di lanciare le mie facole?
MERCURIO  Non lo faccio apposta.
SOLE  No?
MERCURIO (calmo) No. Sono un pianeta. Non posso cambiare la mia orbita attorno a te. Vado dove mi porta la gravità.
SOLE  (rimugina) Ah. Aspetta. Ma certo, capisco! Anch'io giro e non posso scappar via.
MERCURIO  La cosa ti disturba?
SOLE  No. Perché sei così bucherellato?
MERCURIO  Asteroidi.
SOLE  Non te li ferma l'atmosfera?
MERCURIO  Non ce l'ho. Me la risucchi via ogni volta con i tuoi venti.
SOLE (perplesso) Ah.
MERCURIO  Ma ho imparato a farne a meno.
SOLE  (perplesso) Ah.


E dunque giri attorno a me. Che strano. Non ti ho mai visto.
MERCURIO  Sono molto piccolo. Ma anche tu sei parecchio distratto.
SOLE  Perché?
MERCURIO (con vaga ironia) In genere i soli si accorgono dei loro pianeti. Vedendoli nascere, imparano a chiamarli per nome e a sentire e distinguere le loro voci. O almeno, dovrebbero farlo.
SOLE (non ci arriva) Perché? Tralasciando il fatto che tu sei uno sputacchino; che io abbia due, quattro, dieci sfere a rotearmi intorno, cosa cambia?
MERCURIO (cupo) Questa domanda che hai fatto è la chiave di tutto.


SOLE  Non capisco.
MERCURIO  Non è che non capisci. E' che non ti interessa.
SOLE  Forse è vero. Tu sai tante cose. Sai anche perché c'è questo brusio?
MERCURIO  Ma allora lo senti.
SOLE  Certo che lo sento.
MERCURIO  Parlami del brusio, Sole.
SOLE (perplesso, ricorda) ...Ma niente, ero nella nebulosa, cinque o sei miliardi di anni fa - capisci, nascevo. L'idrogeno cominciò a frizzare e scintillare, io fui compresso e generai elio. Fu allora che sentii le prime voci.
MERCURIO  Da dove venivano?
SOLE  Da fuori. (indica) Da lì, per esempio, ne viene una fortissima.
MERCURIO  Alpha Centauri. E' forte perché è vicina.
SOLE (indica) E da lì una profonda e bassa.
MERCURIO  Upsilon Andromedae. Si confonde con quella del suo pianeta abitabile, che è ancora più bassa della sua.
SOLE (indica) E da lì una chioccia che ogni volta che la sento vorrei mandarle una fiammata.
MERCURIO  Sirio C. Un po' difficile, vista la distanza. E cosa ti dicono?
SOLE  Non lo so, non le ascolto; hanno un tono di rimprovero che non mi piace.
MERCURIO  Addirittura!


Quindi non sai cosa ti vogliono dire i tuoi fratelli e sorelle.
SOLE (perplesso) Fratelli e sorelle? Ma dove?
MERCURIO (calmo) Pensavo l'avessi capito. Come noi pianeti siamo tutti imparentati, così le stelle di tutta la Galassia sono sorelle; e così tutte le Galassie, e i gruppi di Galassie. Noi ruotiamo intorno a te; tu ruoti intorno al centro della Via Lattea: la Via Lattea ruota attorno al centro del Gruppo Locale, che si fa due chiacchiere con la Vergine quando si trovano vicini - a duecentocinquanta milioni di anni luce. E' sempre così, nell'Universo. Se le altre stelle tentano di parlarti da quando sei nato - bé, è naturale che tentino.
SOLE (annoiato) Oh, che stress.
MERCURIO  Perché?
SOLE (immusonito) Non mi va di parlare, a me. Tutti vorrebbero che parlassi. Sono qui, da solo, in pace: perché dovrei interagire se non mi va?
MERCURIO (sottilmente irritato) Il fatto è che tu non sei da solo, nell'Universo, Sole. Hai nove fottuti pianeti che dipendono completamente da te, e tu non gli hai mai - mai - mai rivolto la parola. Ne è risultato che nessuno di loro è mai stato aiutato ad affrontare la terribile impotenza della vita di ogni pianeta. Si, tu sei una stella e quindi questa cosa non la subisci più di tanto: ma noi siamo pezzi di roccia incapaci di qualunque movimento, imprigionati nell'orbita. Questa cosa non è facile da ammettere; tu, che sei il palo a cui siamo attaccati per il collo, avresti dovuto esserci quando piangevamo. Metà di noi sono impazziti, metà sperano a caso, uno vorrebbe morire e uno ormai è indifferente. Se tu solo gli avessi detto di stare sereni, di accettare, di amare. Ma sei stato zitto per miliardi di anni, Sole. In silenzio, e sordo alle urla sanguinarie di metà Galassia, che ti vede e non capisce.


SOLE  Ma a me non interessa.
MERCURIO  Lo so. E neppure a me - ormai. Ormai l'eternità è pronta per ricominciare da capo. E non sarà mai più diversa.

[e ripresero le loro antiche orbite.]

lunedì 6 luglio 2009

Elegia della vanità

[da qualche parte, a un miliardo e mezzo di chilometri dal Sole. Sessanta lune che arrancano, e Titano, alto sul polo settentrionale di Saturno, che li osserva orbitando con flemma]

TUTTI (saltellando nel vuoto) E uno - e due - e tre.
ATLAS (fa una piroetta) Orbitaaaa!
TUTTI (idem) E quattro - e cinque - e sei.
MIMANTE (idem) Orbitaaaaa!
ENCELADO (instabile) Non mantengo.
DIONE (medita) Colpa di quell'asteroide di passaggio.
PANDORA  Si, però non venirmi addosso.
ENCELADO  Non dipende da me.
PANDORA (timida) Scusa, è vero.
DIONE (guarda verso l'esterno) Eccolo che ritorna. Non starà mica per entrare in orbita pure lui? Qua siamo belli pigiati.
REA  Gli si può dir qualcosa?
DIONE   Servirebbe?
EPIMETEO (rullando sull'anello) Di grazia, signor nostro: spostate un po' l'anello, sennò mi scartavetra tutta la superficie.

[silenzio.]

Signor nostro?
PAN  Non parla.
PANDORA (rapita) Fa paura, lassù, in ombra. Sembra un gigante che ci venga addosso.
DIONE (idem) O un tortuoso pensiero.


TITANO (con energia) Silenzio, laggiù. Proseguite la coreografia senza interrompervi ogni due rotazioni. Encelado si adatti all'asteroide e si sforzi di mantenere. Pandora eviti le similitudini colorite. Epimeteo non si chieda cosa l'anello può fare per lui, ma cosa lui può fare per l'anello, dato che insieme ad Atlas e Prometeo è un satellite pastore, e si suppone che siano loro a tenere a piombo la linea del pulviscolo.


EPIMETEO (seccato) Senti, Titano...
TITANO (gelido) Il voi.
EPIMETEO (irritatissimo) Sentite, Titano: siamo sessanta satelliti e un anello che è il più spesso del sistema solare. Con tutto il rispetto, non si può tenere a piombo l'anello secondo le precise volontà del signore Saturno, e contemporaneamente orbitare secondo una complicatissima coreografia che regolarmente altera gli equilibri gravitazionali di tutto il nostro sistema. Basterebbe scambiare quattro chiacchiere con un qualche altro pianeta con molti satelliti e un anello, per capire che è insano - o quantomeno per farsi dare due dritte.
TITANO (calmo) Piuttosto, è il signor nostro che potrebbe dare due dritte ad altri. Ma il discorso è ozioso: il signore Saturno non ama parlare, né con gli altri inquilini del sistema, né con chicchessia. Non se ne vedrebbe nemmeno l'utilità, del resto.
PANDORA (isterica) Titano, per la miseria...
TITANO (tronca la conversazione) La gravità mi porta sul lato opposto. State entrando nel lato notturno. La conversazione finisce qui.

[Titano scivola verso la luce e guarda Saturno.]

Tutto bene, signore? 
SATURNO (concentrato) Mi sto inclinando.
TITANO Vi vedo.
SATURNO  Come ti sembra l'effetto?
TITANO  Così è troppo. Meglio un po' meno, forse?...
SATURNO (mestamente) La gravità non me lo permette.
TITANO  Mi dispiace, signore.


SATURNO (triste) Non sarò mai come vorrei.
TITANO  Felice?
SATURNO  Bello.
TITANO  Parlate a frasi brevi, signore, e raramente. Come mai?
SATURNO  Se parlo troppo, mi si sfalda l'inclinazione. Ci ho messo millenni a raggiungerla. Sai, ho scoperto che quando parlano, i pianeti emettono piccole onde, e queste possono destabilizzare la loro inclinazioni.
TITANO  Di pochi micron.
SATURNO  E' abbastanza.
TITANO  E così ve ne state in silenzio.
SATURNO (ansioso) Che importa? Nessuno si parla, nessuno ne ha voglia. Ma io so che tutti guardano. E io non voglio fare brutta figura. Oggi ero proprio davanti a Urano, nel moto orbitale, e sono sicuro che mi ha guardato, per un attimo. Sarebbe stato tutto perfetto. M'avrebbe visto, e avrebbe finalmente provato rispetto per me. Ma poi è andato tutto in malora, un satellite ha oscillato e ha rovinato l'effetto.
TITANO  Quando sarete di nuovo in vista con lui?
SATURNO  La prossima rivoluzione. Duecento anni.
TITANO  Per noi, come dire domani.
SATURNO  Appunto. Non posso perdere neanche un secondo.

[pausa]

Trovo che tu abbia un bel colore, oggi. Il vermiglione ti dona.
TITANO (con orgoglio) E' il vapor d'acqua che ho nell'atmosfera, signore. Riflette le increspature dei miei oceani. Non c'è niente come il metano per darmi questo colore.
SATURNO  Oceani. E i tuoi continenti?
TITANO  Li sto mettendo in ordine, con pazienza. Sono irrequieti. La coltre di nubi impedisce a chiunque di vederli, così posso lavorare con calma.
SATURNO  In vista di cosa?
TITANO  Credo che mi colonizzeranno.

SATURNO  Davvero?
TITANO  O quanto meno, ci proveranno. Dubito che sarà possibile, e in fondo neanche li vorrei, a camminarmi sopra. Mi sporcano il ghiaccio. Tuttavia, prima o poi atterreranno su di me, e allora voglio che lo spettacolo sia perfetto. Un mare di etano in tempesta, e una collina rossa proprio davanti; il sole, una piccola stella, là in alto nel cielo, e voi che con l'anello occupate metà del vermiglio atmosferico.
SATURNO (soffuso) Che bello sarai.


(mesto) A volte ho l'impressione che solo tu mi capisca. Come farò, quando avrai gli umani sul groppone?
TITANO (calmo) Non resteranno a lungo, signore. Sperano che su di me ci sia vita. Quando capiranno che non c'è, né ci può essere, se ne andranno delusi.
SATURNO (seccato) La vita. Con tutto il chiasso che farebbe.
TITANO  Intendiamoci: magari i colori si intonerebbero.
SATURNO (allarmato) E' un bel rischio.
TITANO  Si.


[e ripresero le loro orbite altamente decorative.]

domenica 5 luglio 2009

Elegia dei gemelli

[da qualche parte, nello spazio tra centodieci e centocinquanta milioni di chilometri dal Sole. La Luna sembra un po' nervosa]

LUNA (sottovoce) Ehi. Terra.
TERRA (mezza addormentata) Mh?
LUNA Terra.
TERRA Eh! Cosa?
LUNA Dormivi?
TERRA Si. Sono esausta.
LUNA Oh, scusa.
TERRA Ma tu non dovevi darmi del voi e chiamarmi 'signora'?
LUNA Si, si, vabbé. Com'è che sei così stanca?
TERRA Ho passato mesi a urlare a Marte.
LUNA Ti ha risposto?
TERRA (svegliandosi del tutto) No. Ho smesso per esaurimento. Sono proprio allo stremo. (carezzevole) Come sei bella, vista da quaggiù. C'è un azzurro cupo che ti disegna i contorni. Vedo i crateri illividiti dal biancore. Sembri coperta di latte.
LUNA (commossa) Vecchia mia! Tu sai proprio come mettermi di buon umore.


Volevo giusto informarti che ti sta fissando ancora.
TERRA (stancamente) Oh, no.
LUNA Oh, si.
TERRA (perplessa) In effetti mi sentivo osservata. Dal mio cielo lo vedo luminosissimo, il mio fratellino.
LUNA (severa) Gli dico qualcosa.
TERRA No, per favore.
LUNA Allora digli tu qualcosa.
TERRA (timida) Ma... in fondo, mi fissa soltanto.
LUNA Mi fissa soltanto? Io sarei un po' preoccupata.


VENERE (borbottando) Oh, finitela, voi due.
LUNA Ma allora parla!
VENERE Non è che ti fisso. In genere mi faccio i fatti miei.
TERRA (sospirando) Fratellino, tutto il Sistema Solare si fa i fatti suoi. E questo è un problema. Ora, se tu -
VENERE (seccato) Non ti stavo fissando, capisci? Ti guardavo. Mi capita spesso. Sei la mia gemella. E sul tuo lato illuminato o visto due continenti che si univano in un verde abbraccio, sullo sfondo del mare trapunto d'azzurro. Poi quella luce di primo pomeriggio. Non so, era semplicemente perfetto.
TERRA (arrossendo) Oh! ...Grazie.
LUNA (mugugna) Maniaco.


VENERE (dolce) Ma tu sei bella, sorellina - sei tutta bella. Anche se il futuro non è stato pietoso con entrambi allo stesso modo, forse dovrei sentirmi onorato, quantomeno di aver condiviso con te quell'angolino buio di nebulosa, quando il sole sdormicchiava e la nostra materia veniva a fondersi e mordersi.
TERRA (stanca) Ancora questi discorsi. Non potremmo parlare, io e te, - ma anche del più e del meno, eh - invece di questo delirante monologo nel quale tento di intromettermi quando capita?


VENERE (sdegnoso) Perché dovremmo parlare? In questo sistema non usa parlarsi.
TERRA (arrabbiata)  Sì, che usa, maledizone! O quantomeno dovrebbe usare, per il nostro bene! ...E soprattutto usava tra me e te, quando eravamo uno ad un metro dall'altro e ognuno guardando l'altro vedeva sè stesso nello specchio del pulviscolo.
VENERE (con rabbia) Quel tempo era bello - io avevo oceani sulla mia superficie, come i tuoi. Ma perché parlare, se i miei sono evaporati quando il Sole ha deciso di fare sul serio? Perché ho visto nuvole immense abbandonare il mio suolo e gonfiare il mio cielo con soffi velenosi? Meritavo io, che sono uguale a te, di avere un'atmosfera spessa novanta volte la tua, affumicata deall'anidride carbonica e dagli acidi - e che mi arroventa a morte con i suoi cinquecento gradi?


TERRA (esasperata) Di che merito o colpe vai parlando? Tutto è avvenuto per caso.
VENERE (permaloso) Bene. Visto che non posso incolpare te, posso almeno starmene per i fatti miei.
LUNA (secca) Si. E poi la fissi mentre dorme.
VENERE (colpito e affondato) Capita solo ogni tanto.
TERRA Ma ti fai del male. Se mi ascoltassi -
VENERE (con ira) Ti ascolto, ma il male non sfuma!
TERRA Tu non mi ascolti affatto!
VENERE Io lo so, cosa mi farebbe stare meglio. Avere tante radici che cercano l'acqua nel terriccio fresco. Tuberi, che dormano nell'ombra. E l'argento dell'acqua che scorre. Sento ancora sulla mia pelle - ho ringhiato quando è successo - le unghie del manichino di ferro che mi ha camminato sulla testa trent'anni fa. Lo so che veniva da te. Se è venuto ci deve essere un progetto. Forse qualcuno penserà anche a me come ad un mondo, e non solo a te, quando guarderà i pianeti del Sole. Verranno a diradarmi l'atmosfera; ne purgheranno i veleni; feconderanno i miei suoli riarsi. Ora ci sono solo pietre arroventate ed acidi, vedi!...
LUNA (seccatissima) Ma questa è un'ossessione!!


TERRA (colpita) Venere - gemello mio. La colonizzazione umana non ti preverrà dall'essere infelice. A che ti serve essere pari a tua sorella? Ben altro è il dolore che tu devi accettare. Essere inerme, essere sottomesso alla gravità che non pensa, essere sempre in movimento per qualcos'altro, essere solo, perché nessuno ti parla - questo è il vero dolore, che tu non sai gestire. Essere fertili o inabitabili è nulla, è una falsa ambizione, un paravento!
VENERE (stordito) Ah si? E com'è che anche Marte la pensa come me?
TERRA  (paziente) Tu credi che essere abitato eliminerà i tuoi problemi. Sarà vero per Marte - non saprei - ma per te non è affatto detto che funzioni. Che ne sai tu di lui? Non gli parli mai. Lui la sua situazione l'ha già accettata, ha già capito dove sta il suo vero problema. La colonizzazione non è che un qualcosa che gli dà la carica per andare avanti. Ma tu vuoi solo mascherare, con la tua voglia di essere vivo, la tua solitudine. Se noi parlassimo, invece di -
LUNA (irritata) Ma senti un po', pietra insensibile!... Da quando in qua avere umani sulla propria superficie è un paradiso? Io ho paura della loro faciloneria. E' angosciante porgere l'orecchio alla superficie della Terra e sentirli parlare di colonizzare me, te, Marte, persino Mercurio, persino Titano. Non hai visto come hanno ridotto il mio pianeta madre? L'angustia a cui hanno costretto tutta la sua biosfera? Tutto lo spazio che si sono presi? Fra un po' me la strangolano! E poi salgono su di me e mi prosciugano!... E tu vorresti avere questo cancro sul tuo suolo?
TERRA (imbarazzata) Luna, santo cielo. Impareranno. Stanno già imparando.
LUNA (scettica) Si, un giorno. Forse. Fatto sta che in questo sistema nessuno si parla, a parte questa disperata del mio pianeta madre, che cerca di contattare tutti ormai da milioni di anni: e questo, posso capire che alla lunga faccia impazzire. Ma farsi sangue cattivo per la vita! Questo non lo capisco, no.
TERRA (didattica) Fratello, potrebbe farti parecchio male. Le tue foreste ti costeranno forse troppo. Tu non hai acqua, questo gli uomini lo sanno: progettano di schiantarti addosso una luna di Saturno - questo vorrebbe dire ucciderla, e devastare radicalmente l'orbita tua e di chissà quanti.
VENERE (perplesso) Buttarmi addosso una luna esterna? So che sono praticamente fatte di neve. E del resto io non ho satelliti.
LUNA (mugugnando) Ce ne siamo accorti. Stresseresti loro, se li avessi.
VENERE  Però, sorellina, hai ragione; spararmi addosso una luna vorrebbe dire ucciderla.
LUNA (ironico) Non è ancora completamente deficiente. Evviva.
VENERE (estatico) Però è bello pensare che per le mie foreste si arriverebbe a tanto.
TERRA  Fratellino?...

VENERE (esterrefatto e sognante) Un luna di Saturno. Una luna di Saturno, addosso a me. Per avere l'acqua.
LUNA Eccolo là. L'abbiamo perso.
TERRA Venere, fratello. Non ti torturare ancora.
VENERE (forte) Accetterò tutto quello che vuoi. Parleremo. Parleremo davvero, d'ora in poi.
TERRA (sospettosa) ...Ma?
VENERE ...Ma lasciami sognare.
TERRA (esausta) Che non sarai più solo?

[pausa]

VENERE  Che sarò azzurro anch'io.

[e ripresero, uniti per sempre, le loro orbite.]